martedì 17 aprile 2018

IL DECALOGO DEL ROCCIATORE di Emilio Comici

Crediamo sia inutile spendere battiti di tastiera per descrivere Emilio Comici.
Molto più interessante può essere far conoscere il "Decalogo del Rocciatore" che lui stesso aveva scritto.
1) Non affrontare mai la montagna con leggerezza; cioè senza una buona preparazione tecnica, fisica e morale.
2) Ricordati che in montagna si cela sempre l'insidia: perciò assicurarsi sempre vicendevolmente anche nei passaggi apparentemente semplici.
3) Fa sempre la sicurezza con la corda alla spalla, e possibilmente attraverso uno spuntone di roccia od un chiodo.
4) Osserva sempre con massima attenzione tutti i movimenti del capocordata.
5) Quando avanza il secondo di cordata, se tu fai sicurezza non sporgerti mai per parlare o per vederlo.
6) Non smuovere sassi. Ricordati che uno dei maggiori pericoli dell'alpinismo in genere sono i sassi fatti cadere dal compagno che avanza.
7) Non essere mai inquieto e non imprecare mai contro il compagno
8) Quando ti trovi in difficoltà mantieniti calmo e non aggrapparti disperatamente alla roccia.
9) In un passaggio che per te è molto difficile, non salire mai a caso sperando di trovare l'appiglio, non proseguire mai quando hai le mani gelate o rattrappite per la stanchezza, non arrischiarti mai se non hai almeno un chiodo sicuro al massimo quattro metri sotto di te.
10) Ubbidisci sempre a quella "voce interiore" che ti dice di non attaccare quel dato giorno la parete.

CLAUDIO BARBIER

Arrampicare insieme è come fare l’amore: non si può fingere, non si può nascondere la vera personalità; salta fuori l’essere intimo della persona; senza bisogno di parlare si liberano tutti i sentimenti, tutte le emozioni. Si può capire un individuo dal suo modo di arrampicare come dall’analisi grafologica della sua scrittura, dal suo tema astrale, dal sangue, dall’elettrocardiogramma… Ci si può mostrare come si vuole, ma arrampicando non si nasconde più niente, vengono a galla l’insicurezza e la paura o la tranquillità, l’egoismo o la generosità.
Arrampicare è un problema, insieme fisico e psichico, che bisogna risolvere da soli, ognuno per sé, con la propria mente e il proprio corpo, ma in più condividendo tutto con il compagno di scalata: esattamente come fare l’amore. Tra compagni di cordata nasce un’intimità intensa. L’amore non è necessario, ma sono indispensabili il rispetto, la fiducia, la stima, il capirsi senza dover parlare, il saper intuire, il conoscere le reciproche forze fisiche e soprattutto mentali.
In quelle poche ore ho vissuto un concentrato di esperienza umana: la solitudine, la solitudine fondamentale dell’uomo… La montagna ne è la migliore rivelatrice ed è questo il suo fascino: ci si trova da soli davanti ai problemi da risolvere, nessuno può aiutarti, non c’è altra soluzione che continuare. Non ci si può fermare, chiedere aiuto, piangere, tornare indietro, far fare le cose ad un altro o fuggire. Volenti o nolenti, si deve andare avanti, salire, uscire dalla via con le proprie forze, ognuno per sé, da soli.
In montagna non si può fare finta, non si può barare; così come non può farlo il navigatore solitario che sta solo nella grandiosa solitudine dell’oceano.
Nella vita quotidiana siamo illusi dalla presenza ‘degli altri’; non vogliamo nemmeno riflettere, per non riflettere ci lasciamo ipnotizzare da mille sotterfugi, ma nella realtà siamo terribilmente e irrimediabilmente soli.
Soli quando nasciamo, soli quando dobbiamo affrontare e risolvere le difficoltà della vita, soli quando soffriamo, soli quando capiamo quanto soffriamo, soli infine quando moriamo. Anche se circondati da tante persone.
La montagna insegna a prendere coscienza della propria solitudine, a valutare le proprie forze, a gestire paure e debolezze, a camminare malgrado tutto, perché non c’è altra soluzione.
La montagna è un grande implacabile maestro.

Dal libro "La via del Drago" di Anne Lauwaert e dedicato a Claudio Barbier

ROBERTO BASSI

Il venerdì, a sorpresa, mentre la ragazza è fuori a contemplare la bellezza del paesaggio, vede arrivare un camminatore solitario. “Sale troppo velocemente per essere un gitante qualunque!”. Guarda meglio e vede i lunghi capelli biondi di Roberto. La gioia è davvero tanta, non se l’aspettava proprio. Vivono insieme una delle serate più intense, come in un castello medioevale fatto di roccia di corallo e la polvere di stelle come volta. 

Si fermano li qualche minuto, attaccati allo stesso chiodo, a sentire il respiro affannoso e i battiti accelerati. Poi la ragazza, distogliendo lo sguardo dai suoi occhi, chiede:
“Tu hai mai paura di morire?”.
“No, non ho paura, perché la morte è un cambiamento, un divenire. E non dobbiamo avere paura dei cambiamenti. Si sta spesso lì al limite, e non c’è il coraggio di cambiare. Morire è solo andare più in alto. Come faccio ad avere paura?”.
“E di cosa hai paura allora?”.
“Dell’arroganza, che viene dall’ignoranza. Non parlo di studiare, lo sai bene, ma di quell’ignoranza che esclude ogni visione diversa. La non volontà di approfondire, la malignità della superficialità”.
da Zandara e Labbradoro - Roberto Bassi e la nascita del free climbing in Valle del Sarca di Marianna e Lia Giovanazzi Beltrami - edito da Versante Sud.

L'APE - ASSOCIAZIONE PROLETARIA ESCURSIONISTI

In Grigna quanti hanno ripetuto lo Spigolo APE all'Ago Teresita?
E quanti di voi sanno qualcosa dell'APE, ovvero dell'Associazione Proletari Escursionisti?
E del fatto che all'atto della sua nascita la sigla era AAPE perché l'associazione si proclamava Antialcolica?
Esistono un paio di libri che vale la pena leggere a riguardo. Uno si chiama "Liberamente tra i monti" ed è stato scritto da Barbara Curtarelli, l'altro "Sentieri Proletari" è firmato da Alberto Di Monte.
L'Ape aveva anche una sua rivista che veniva mandata ai soci.
Nel numero di Luglio/Agosto del 1922 si possono leggere queste righe, che sono ancora attuali.
La città – coi suoi mostruosi agglomerati di popolazione, coi suoi mezzi di comunicazione dalle velocità fulminee, col suo ritmo di vita febbrile – porta pure, insieme coi benefici, dei pericoli e dei danni.
Invano noi cercheremo nelle immense città, ove si agglomerano milioni di individui, la primitiva e sana semplicità di costumi dei piccoli paesi.
Non è possibile che milioni di uomini convivano così accatastati, senza che l’ambiente si trasformi, senza che l’aria di corrompa e si inquini. […]
Non più i verdi silenzi dei prati, non più le pure arie dei campi, non più le azzurre serenità dei liberi cieli.
Seppelliti in mezzo alle nostre case opprimenti, noi passiamo la vita nelle celle anguste delle nostre abitazioni o sul selciato riarso di strade malsane.
E intorno, la vita febbrile, coi suoi mille rumori, colle sue luci false, colle sue artificiosità perniciose.
Noi siamo usi fare della notte giorno e defraudare le ore più proficue al sonno e al riposo.
La nostra vita non ha requie.
Ed è per questo che così frequente è il bisogno di stimoli artificiali.
Ed è l’alcol, fra tutti gli eccitanti, il più pericoloso.

IL RESEGONE


MONTE RESEGONE, m. 187 (Prealpi Lecchesi)

Potrebbesi dire “Magno Resegone”: illustro lecchesi – Manzoni e Stoppani – lo hanno decantato all’universale, così che non è chi non lo sconosca attraverso i “Promessi Sposi” od il “Bel Paese”. Caro agli italiani, amico al cuore ambrosiano; è addirittura familiare ai lecchesi; che, a pena amino le belle prealpi, lo ascendono parecchie volte ogni anno. Gli onori immortali, scritti, e quelli modesti, camminati; davvero non si possono ascrivere solamente ad un fortissimo destino. Meriti, permettete, personali furono ad esso largiti regalmente da madre natura. Fisionomia magnificamente strana, riconoscibile, di colpo, da lungi; colorito pittorico sempre aggraziato da linee d’ombra, da fasce e da contesti, or verdi ed or bianchi; accessibilità varia: per boschi e per prati alle rocce vertiginose od ai dolci sentieri; ubicazione splendida d’isolamento con un bel lago ove specchiare la dentellatura il mattino, arrossimenti meravigliosi ad ogni sereno tramonto. Si può ritenere il Re delle Prealpi Lecchesi, nonostante i fratelli (Pizzi: Legnone e Tre Signori) e le sorelle (Grigne: Settentrionale e Meridionale) lo sorpassino in altezza. Alla sorellina (Grignetta) può invidiare le caratteristiche femminili: guglie, aghi, ricami, crestine; se bene esso pure, più modestamente, offre a coloro che lo studiano da vicino: crinali esili, taglienti; picchi sostenenti massi in eterno pericolo, fori ad arco, cavernette (diverse nel canale di Bobbio; una, nel Canalone Comera, con ingresso ad antro, denominata “Giulia”, perforante le propaggini della Punta Stoppani), con concrezioni calcari e stalattiti interessanti. Sono un poco del Resegone le Caverne Daina e la Grotta de’ Polacchi di Rotafuori (Valli-Imagna), esaltate nella serata ottava del “Bel Paese”.
Due nuove vie hanno segnato sul Resegone i Soci della Sez. di Lecco del CAI approfittando dei solchi che spartiscono dente da dente. Le vie iniziato nelle gengive dei caratteristici canini così che, oramai, ogni incavo, tra cucuzzolo e cucuzzolo, si può attingere dal versante lecchese: il più noto e più bello col suo aspetto alpinistico.

Sono vie di roccia, non difficili, richiedenti però una discreta pratica di arrampicate. Comitive numerose non sono consigliabili per ragioni ovvie di sicurezza, specialmente cadute di sassi, trattandosi di canali ripidi ed ingombri di detriti.
Il canale Cermenati (in ricordo del defunto presidente del CAI Sez. Lecco, il prof. Mario Cermenati, geologo, ex-deputato, ufficiale alpino di guerra) si stacca dal sentiero comune pochi passi prima del noto canalone Comera (quota 1420 ca), si innalza tra erbacce e sterpi e sassi mobili per entrare in una stretta fessura, a caminetto con brevi terrazzetti, che verticalmente accinge lo sbocco a ventaglio, erboso. Nei punti più difficili, chiodi e corde metalliche fisse. Segnalazione a C., in minio. Salitori i soci della Sez. di Lecco (Castelli C. Fioretta e Ravasi); il primo però (20 giugno 1915) il signor Eugenio Fasana (Sez. Milano C.A.A.I.); il quale, amichevolmente, ha rinunciato al battesimo.
Il canale Cazzaniga (in ricordo del defunto socio Cazzaginiga Giuseppe, ex-capitano degli alpini, decorato di guerra) lascia il canalone Comera (a quota 1500 ca) quando questi, con un giro ampio a destra, contorna la ripida base della Punta Stoppani. Il Canale Cazzaniga prosegue dritto, poggiando verso la Punta suddetta, con scabrosi sollevamenti in parete di poca consistenza; e sbocca, dopo un erto valloncello sabbioso, in parete verticale con buoni appigli e appoggi. Segnalazione a crocette, in minio; serve un chiodo di assicurazione, già infisso. Lo salirono i soci della Sez. di Lecco: Castagna A., Perego G. e Rigamonti (Pinin).
Come appare dalla fotografia, reverentemente è stato ricordato il sommo lecchese, Alessandro Manzoni, intitolando al Suo nome la punta che è situata tra la Stoppani ed il Dente: visibile da Lecco, più nettamente verso l’Adda.

domenica 1 aprile 2018

GLI SCALPELLINI


Gli scalpellini
di Andrea Andreotti

É molto triste, per non dire doloroso, vedere bistrattato l'alpinismo che si ama. Frasi come: “É una via da scalpellini”, “Roba da fabbri”. “E una via di valore, se levi tutti i chiodi e li vendi…”. “E’ una ferrata, una scala, una scalata pompieristica” sono ormai all'ordine del giorno nel mondo alpinistico. Non sono certo frasi elogiative, né invitano ad andare a ripetere quelle tali vie così drasticamente classificate.
Quelle frasi suonano come un anatema, come una scomunica che pone fuori dall'alpinismo “vero” gli apritori di quelle vie ed ancor di più coloro che vanno a ripeterle. Se infatti gli apritori sono degli scalpellini, coloro che vanno a ripeterle sono quei famosi “buoni a nulla” che salgono con le staffe persino sul III grado. Non solo. Gli apritori vengono chiamati scalpellini quando va bene, quando non sono accusati di essere dei terribili “assassini” che cinicamente “uccidono” l'alpinismo per il puro gusto di piantare chiodi facendo magari una fatica cane. Per non parlare poi di quelli ignobili “rubaproblemi” alle generazioni future, che sarebbero tutti coloro che aprono vie nuove usando quegli orripilanti chiodi a pressione. Ignobili perché invece di salire certe lavagne in arrampicata libera usano, poveretti!, i chiodi a pressione. Perché invece di “tornare a casa ad allenarsi meglio” capiscono subito che di lì o “si passa a pressione”, o non si passa.
“Meglio non passare” dicono i vecchi.

“Lasciamo il problema alle generazioni future” dicono i giovani a cui fa “sfizio” toccare i chiodi a pressione.
Come se le generazioni future, per chi sa mai quale dono divino, potessero riuscire a pussare senza chiodi od altri ausili tecnici, là dove oggi sono necessari, dico necessari, i chiodi a pressione. E questi accaniti fautori del classico bollano i loro fratelli alpinisti con il marchio infamante (o che loro credono tale) di “scalpellini”, solo perché aprono vie con molti chiodi o con chiodi a pressione.
Costoro forse non sanno che gli scalpellini, i fabbri, i manovali, fanno il loro lavoro su ordinazione, per questo lavoro vengono pagati e nell'eseguirlo non corrono alcun rischio, né dormono una notte, dico una, fuori da un comodo Ietto. Proprio come coloro che aprono le tanto discusse “vie ferrate”… Costoro al contrario sono degli artisti, scultori e poeti. Tra chi apre una nuova via per un profondo bisogno interiore ed in essa cerca di trasfondere tutta la sua forza, la sua morale, la sua concezione dell'alpinismo dando tutto se stesso senza nulla ottenere; fra costui, dico, ed uno scalpellino vi è una bella differenza. La stessa che vi è fra uno scalpellino ed uno scultore, fra uno scribacchino ed un poeta, i quali pur facendo lo stesso lavoro manuale producono cose completamente differenti: comuni e banali le une, ricche di un profondo contenuto spirituale ed estetico te altre.
Solo quando si sentiranno dialoghi di questo tipo, si potrà parlare di scalpellini:
— E’ lei...?
— In persona.
— Mi hanno detto che lei è il miglior chiodatore della zona.
— E il meno caro.
— Mi servirebbe una via.
— A pressione?
— Naturalmente.
— Dove la vuole?
— Sulla parere sud del Pagaben.
— Benissimo. Di che lunghezza?
— 200 metri.
— Una o due cordate?
— Meglio una. E la spesa?
— Facciamo subito. Dunque, 200 metri a 500 lire il metro, che è la tariffa minima, sono centomila lire. Poi ci sono i bivacchi.. tre dovrebbero bastare. A diecimila lire l'uno sono trentamila lire. I chiodi sono compresi nel prezzo. Ecco fatto. Con 130.000 lire, massimo 150 se ci sono imprevisti, lei avrà la sua bella via.
— Perbacco, davvero poco!
— Modestamente… E come la vuol chiamare?
— Col mio nome, naturalmente.
— Benissimo. Per il pagamento metà subito, e metà ad impresa compiuta.
Ecco. Quando gli alpinisti saranno ridotti a tal punto avranno ragione coloro che spregevolmente li chiamano “scalpellini” e “fabbri”. Ma fino a quando una nuova via nascerà come prepotente bisogno di un uomo che cerca di esprimere se stesso, l'alpinismo vivrà. E chi oserà chiamare scalpellini gli alpinisti rivelerà a tutti la sua meschinità. La meschinità di chi non capisce la differenza che c'è fra un fabbro ed uno scultore, fra uno scalpellino e Michelangelo.

venerdì 30 marzo 2018

ANGELO URSELLA


Nell’estate 2012 incontro, al termine di una conferenza, Sergio De Infanti (che con Angelo Ursella stava tentando la parete N dell’Eiger) e privatamente gli chiedo di raccontarmi qualcosa su Ursella che non avrei mai trovato in un
libro. De Infanti borbottò qualcosa di poco comprensibile e poi esclamò: Mi manca da morire!

Ursella aveva compiuto numerose salite solitarie per via del fatto che non riusciva a trovare compagni di cordata. Pubblicò persino un articolo sulla Rivista del CAI nel quale cercava soci. Arrampicò diverse volte con Samuele Scalet. Molto belle sono le parole che Ursella spende nel suo diario per descrivere l’amico.

Nella notte fra il 16 e il 17 luglio ’70, ferito gravemente dopo un volo di 30 m, dovuto al cedimento del terrazzino e dei chiodi di auto-assicurazione, moriva sulla parete N dell’Eiger, tra l’infuriare di una tremenda bufera, Angelo Ursella, una delle più fulgide speranze del nostro alpinismo.
Era a trenta metri dal nevaio sommitale: a questo punto era giunto dopo due soli giorni di arrampicata effettiva!
La sua attività, qualitativamente, era stata eccezionale.
Dopo breve tirocinio nelle palestre, inizia nella primavera del ’67 con la solitaria della Cassin alla Piccolissima di Lavaredo. Durante la discesa a corda doppia, lungo la stessa via, il primo incidente: un sasso lo colpisce alla testa ed egli arriva esausto e sanguinante al rifugio Auronzo; salvo per miracolo!
Uscito dall’ospedale, ricomincia con accanimento l’allenamento e, dopo la Preuss alla Piccolissima, sale a ferragosto lo Spigolo Giallo.
Nel ’68 a Pasqua, inizia con la Myriam e la diretta Franceschi alle Cinque Torri. In giugno sale e scende da solo lungo la Cassin alla Piccolissima ed effettua quindi la prima solitaria dello Spigolo degli Scoiattoli alla Ovest di Lavaredo, con un bivacco nella bufera, e riportando congelamenti di secondo grado alle mani. In luglio, con le mani ancora piagate, rifà li Spigolo Giallo. Poi è la volta della Hasse-Brandler alla Nord della Grande di Lavaredo. Segue la prima solitaria (e 3a. ascensione) della direttissima alla Punta Giovannina nelle Tofane per la via Ivano Dibona, in 5 ore.
Il ’69 inizia con la solitaria alla Myriam (Cinque Torri) e alla Maestri-Baldessari alla Roda di Vael, in 7 ore. Sempre da solo sale lo Spigolo N dell’Agner, pure in 7 ore.
Ecco poi il suo esordio nelle Occidentali: sale la via Cassin alla Punta Walker delle Grandes Jorasses.
A ferragosto sale la via Carlesso alla Torre di Valgrande, in Civetta, e nel ritorno un banale incidente sul sentiero gli procura una distorsione al ginocchio e un mese di penosa inattività.
Riprende con la Comici al Campanile II di Popera, con lo spigolo Demuth alla Cima Ovest di Lavaredo e con la S della Tofana di Rozes (via della Julia) ove traccia una più diretta e difficile variante. Conclude la stagione salendo da solo i 1600 m della N dell’Agner (via Iori) nello sbalorditivo tempo di 5 ore effettive.
La sua tecnica, in continua evoluzione, sta ormai per raggiungere la perfezione e così anche i tempi di arrampicata si riducono notevolmente.
Nel dicembre del ’69 esordisce nel meraviglioso e sbalorditivo regno delle invernali. Effettua due prime invernali sul Bila Pec (Alpi Carniche). Nella prima (un V grado), è costretto a un bivacco sulla cima, in mezzo alla bufera e nella seconda (una via in arrampicata artificiale) un chiodo che si sfila lo costringe a un volo fuori programma.
Nell’aprile ’70 è respinto, in un tentativo di vie nuove, dalla Terza Pala di S. Lucano. Dopo esser salito 900 m, a 400 m dalla cima placche lisce lo costringono alla ritirata: indispensabile la chiodatura a pressione: ma a questo patto preferisce rinunciare. Per ora non ne vuol sapere di chiodi a pressione. Li userà, forse, quando avrà fatto tutto ciò che è umanamente fattibile con i mezzi tradizionali.
Non si sentiva degno di usarli perché – diceva – prima uno deve fare tutto ciò che è possibile in arrampicata tradizionale. Ma, conoscendo la sua coerenza e la severità di giudizio nei suoi confronti, c’è veramente da credere che mai li avrebbe usati.
A fine maggio apre nelle Alpi Carniche tre nuove vie estreme; poi inizia la preparazione per l’Eiger, preparazione che si concretizza con sei vie nuove; con la Costantini alla parete del Pilastro di Rozes e con una nuova, meravigliosa via al Dain (Brenta).
Poi… l’Eiger!
Era nato a Buia, in provincia di Udine, 23 anni fa.
Dalla fine del ’69 apparteneva al Gruppo Alta Montagna della Sezione CAI-UGET di Torino. All’inizio del ’70 ritirava a Roma un premio di L. 100.000 vinto per essersi classificato nei primi posti a un concorso fra lavoratori-alpinisti. Ricevuto dal Papa, gli prometteva di fare al più presto… la Paolo VI al Pilastro di Rozes: ma non potrà mantenere la promessa!
Stava per arruolarsi come finanziere nella Scuola Alpina di Predazzo: voleva donare tutto se stesso alla montagna e, con i mezzi e il tempo che avrebbe avuto a disposizione, sarebbe definitivamente esploso.
Era forte, buono, sano, amico, umile. Ecco: umile.
E’ la dote che in lui più rifulgeva. Una umiltà non voluta e faticosamente imposta, bensì spontanea, naturale. Avrebbe ben avuto il diritto di sentirsi fiero delle sue imprese e invece non si considerava nemmeno un alpinista.
Mi considererò tale, diceva, solo dopo aver aperto vie nuove di sesto grado. E queste vie le aveva aperte, ma continuava a dire, alludendo alla Preuss alla Piccolissima, che dobbiamo sentirci tutti piccoli, piccoli così.
Pur non avendo conosciuto l’odio, la meschinità e la polemica, non riusciva proprio a comprendere come molti denigrassero e sottovalutassero le vie classiche.
Una volta divenne letteralmente furioso, quando qualcuno gli disse che il passaggio finale della via normale alla Piccola di Lavaredo era di una facilità irrisoria.
Lui lo considerava un buon passaggio di IV e, osservando gli appigli unti e ‘consumati’, non si può certo dargli torto e affermare che qualcuno non ci sia scorticato le unghie. Lui, che saliva in arrampicata solitaria le pareti più vertiginose e superava gli strapiombi più pazzeschi, s’indignava per così poco!
Ma se era poco in linea pratica, era molto in linea di principio.
Questo era Angelo Ursella!
E così lo ricorderanno tutti coloro che hanno avuto l’onore di conoscerlo e di legarsi alla sua corda, che saliva gioiosa e veloce verso la felicità e le bellezze delle cime; cime sulle quali solamente Angelo si realizzava compiutamente.