domenica 21 febbraio 2010

ECCO FATTO!

LA PAROLA A PITERONE

dal film “Ecco fatto”

(per bocca degli sceneggiatori Nicola Alvau e Andrea Garello)

Gallina che non becca, ha già beccato, perché una gallina che non becca muore. Sta tutto qui il segreto per riconoscere se la tua donna ti cornifica oppure no. Voglio dire, se una volta lei non se la sente, amen; se la volta dopo non se la sente ancora, si rosica con classe, mantenendo la calma. Ma se ti manda a spasso per terza volta, allora c’è un problema, e per capirlo ci vuole un approccio scientifico.

Se lei sorride di meno, vuol dire che è ancora fedele, se invece è allegra e spensierata, la tromba un altro. Perché le donne se non trombano s’intristiscono, come me. E io credo nella parità uomo-donna. Sul lavoro. In amore l’uomo deve comandare e la donna obbedire in teoria. Se la teoria salta, in pratica sono guai. Proprio come quello che è successo a Matteo. E allora io gli ho detto: tranquillo, tienila d’occhio, ma senza dare nell’occhio. Ci sono tre modi per tenere sotto controllo la tua donna: quello giusto, quello sbagliato e quello mio. Volete sapere com’è quello mio? Bastone e carota. Un giorno l’allisci, il giorno dopo la lessi. Così la fai star sempre sulle braci come un allenatore con la panchina bollente. Matteo sta cosa non l’ha capita, risultato: ha fatto un botto così grosso che ci hanno fatto un film. Chi lo vede poi sa come regolarsi. Perché in amore c’è un solo modo per vincere, il problema è che adesso non mi ricordo qual è.



martedì 16 febbraio 2010

THE OLD MAN AND THE SEA

"Everything about him was old except his eyes
and they were the same colour as the sea and
were cheerful and undefeated",
"The wild goeth toward the south
and turneth about unto the north;
it whirleth about continually,
and the wind returneth again
according to his circuits..."

Frase decisamente poetica rubata ad una tovaglietta in un ristorante in Kenya... una delle più belle cene fatte con un'atmosfera decisamente unica!


Provate per credere... il biglietto aereo se comprato per tempo non costa molto :-)


sabato 13 febbraio 2010

DIALOGO TRA UN ALPINISTA ED UN ESCURSIONISTA CON GLI ZOCCOLI AI PIEDI IN VAL CALOLDEN

Stamattina ho trovato in un vecchio libro usato comprato ieri questo scritto. Mi sono divertito parecchio al punto che ho deciso di riscriverlo e metterlo su face! Il titolo non è quello originale... ma questo mi piaceva di più!

di Andrea Oggioni

Dopo i contatti amichevoli con i più grandi rappresentanti dell’alpinismo francese e le salite classiche effettuate, anche il mio nome era praticamente entrato in circolazione nella famiglia degli alpinisti di primo piano. Lo capivo da tante piccole cose, alle volte da episodi divertenti, come quello che mi accadde in Grignetta.
Un sabato pomeriggio, salivo dunque per la Val Calolden ai Piani dei Resinelli e, dato che mi facevano terribilmente male i piedi, avevo calzato un paio di zoccoletti, ma naturalmente non abituato ad andare in montagna con gli zoccoli, camminavo a fatica, sostando a più riprese.
In una di queste soste, venni raggiunto da due individui vestiti da veri alpinisti: zaino affardellato, cappello d’alpino sulla testa e numerosi medaglioni e patacche sui pantaloni e sulla camicia. Si fermarono anch’essi e subito uno di loro mi assale:
- Dov’è diretto?
- Ai Resinelli, - rispondo.
- Non ha le scarpe.
- Le ho nel sacco.
- Allora perché sale con gli zoccoli?
- Perché mi fanno male i piedi.
Non so se sia il mio abbigliamento; a torso nudo in pantaloncini corti, o per la mia faccia… ché il mio interrogatore, sempre più curioso, continua a farmi domande.
- Di dov’è?
- Di Monza.
- Di Monza!... Allora conosce Bonatti… Oggioni… Aiazzi…
- Per sentito dire.
- Ho arrampicato con loro. Ho fatto parecchie salite. Sono di Milano. Lei arrampica?
Ora sono io che rimango molto sorpreso ed incuriosito; quel tipo che dice di aver arrampicato con me incomincia a divertirmi, perciò rispondo sempre alle sue domande.
- Mai arrampicato… Mi piacerebbe.
- Bene, scusami se ti do del tu, domani se alle dieci ti trovi sul prato del Nibbio, ti faccio fare lo spigolo.
- … ce la farò?
Mi guarda nuovamente come se cercasse delle doti di arrampicatore dentro di me, e mi dice;
- Con me puoi star sicuro.
Accetto l’appuntamento e riprendiamo la mulattiera che porta ai Piani dei Resinelli. Sono soddisfatto di essere conosciuto e quel tipo che conosce molto bene il mio nome mi è entrato in simpatia; perciò mi azzardo ad interrogarlo, vorrei chiedergli qualche cosa sul mio conto.
- Mi dica, lei che conosce Oggioni, com’è?
- Stilista perfetto, forte, un po’ ignorante, ma un buon ragazzo.
- E che salite ha fatto con Oggioni?
- Parecchie ascensioni in Grignetta: anzi sono stato io il primo ad insegnargli qualche cosa sulla roccia.
Pensai subito a Luigi, il mio primo compagno di cordata: anche lui era alto e magro come questo, ma possibile che non lo riconosca? O almeno lui, che mi conosce di nome, non mi riconosca di persona? Non è Luigi. E se davvero fosse? Non può essere, Luigi mi disse che era di Sesto, questo è di Milano, e poi si chiama Luigi? Mi affretto a chiederglielo.
- Scusi, si chiama Luigi?
- No, mi chiamo Romano, perché?
- Niente… mi sembrava di averla già visto.
Ai Resinelli ci salutiamo dandoci appuntamento per l’indomani al Corno del Nibbio.
Più tardi trovo l’amico Maggioni: lo metto al corrente di ciò che mi è capitato: perciò devo anticipare il programma che ho con lui il giorno seguente: salire una via di sesto grado al Nibbio. Dobbiamo farlo prima delle dieci perché a quell’ora arriverà Romano per portarmi sul facile spigolo.
Infatti così avviene: alle nove sono sulla parete del Nibbio, e mentre sono impegnato nel ‘tira e molla’ della via Campioni d’Italia, sento dal basso una nota voce che chiede ad uno ‘spettatore’:
- Ma chi è il primo di quella cordata?
- Oggioni, - risponde l’interrogato.
Guardo giù e vedo Romano, che arrivato molto in anticipo all’appuntamento, sgranando tanto d’occhi, mi fissa impallidendo più del normale e quindi con un gesto di sdegno se ne va a capo chino.
Naturalmente si è offeso: credo di averlo trattato proprio male; avrei voluto, se fosse possibile, chiedergli scusa, ma se ne stava andando troppo di fretta.

martedì 2 febbraio 2010

IL DANIEL

A dir la verità non ricordo quando ci siamo incontrati la prima volta.
Di certo davanti ad una birra. Di certo non sono capace di dire quando.
Ricordo che erano tempi in cui guardavo le foto del Daniel con un certo interesse.
Questo ragazzo trasportato dalla Bora di Trieste sino ad atterrare tra le colline bergamasche e l'aria del lago di Lecco aveva saputo catturare il mio interesse.
Definirlo "ribelle" è sbagliato. Forse "originale" è più corretto. Di certo meglio appiccicargli sulla schiena l'aggettivo "controcorrente".
Ogni mattina per il Daniel era buona per dar vita a qualche nuova avventura. Con i turni che faceva aveva a disposizione un sacco di possibilità. E' utile chiamarle "possibilità" e non "tempo libero" perchè spesso dopo le sue uscite in montagna aveva da scontare la sua dose quotidiana di lavoro.
Non si è mai definito un classico, ma ha certamente curiosato al di là di quella porta che divide l'alpinismo da dura lotta con l'alpe da quella che un tempo era l'arrampicata libera e che ora porta l'aggettivo di sportiva.
Lui è uno così. In base a come dormiva riempiva lo zaino con un po' di cianfrusaglie e partiva. Che si trattasse di una camminata solitaria o un'arrampicata su qualche parete assolata aveva poca importanza.
Quella sera, davanti a quella birra, abbiamo iniziato un'amicizia anomala. Forse più che amicizia dovrei chiamarlo "un cammino parallelo". Entrambi ci siamo guardati e entrambi ci siamo apprezzati per ciò che combinavamo. Una volta abbiamo arrampicato insieme. Solo una. Chissà perchè abbiamo aspettato un bel pò prima di farla. Quel giorno abbiamo scelto una via molto facile. Forse perchè uno voleva conoscere di più l'altro prima di buttarsi su progetti "too hard" ma entrambi sapevamo, ne sono sicuro, che quel giorno delle difficoltà non ce ne fregava proprio un cazzo.
Eravamo li, sotto il sole cuocente della Grigna, a fare qualche passo d'arrampicata.
La via è finita alla svelta o meglio sarebbe dire che alla svelta abbiamo voluto finire davanti ad una birra.
A Daniel quel giorno restò attaccato il libro "Calcare d'Autore" che il forno nella Grigna cercava di promuovere a più non posso.
Daniel sfogliò alla svelta le pagine che ancora odoravano di tipografia. La pagina che presentava l'eleganza del camino Cassin al Pizzo d'Eghen l'aveva catturato e subito mi aveva proposto la ripetizione.
Durante il carnevale seguente il destino giocò un brutto scherzo all'amico che lo pose nella condizione di prendersi un po' di riposo forzato. All'inizio un anno, poi due.
La sorte gli aveva comunicato di essere ufficialmente una grande Troia.
Tutto fu nel giro di poco stravolto. Tutto. Niente si era salvato.
Il Daniel ha tirato fuori il meglio di se e ha sedotto il destino inventandosi nuovamente.
Sono arrivati nuovi usi, nuove passioni, una donna alla quale ha saputo mettere un anello al dito. Intanto però sul calendario c'era la spunta dei giorni. Il count down procedeva.
Ora il tempo è scaduto.
I suoi polpastrelli non vedranno più le rocce unte del Medale. I suoi capelli biondi non verranno più spazzati via dal vento gelido sulla vetta della Grignetta dopo una spicozzata invernale sulla Segantini. Le sue viti da ghiacchio non scivoleranno dentro vertiginose e fredde cascate.
Tutto ha un inizio e tutto ha una fine. La montagna per lui ora è una cartolina piena di ricordi attaccata ad una parete.
Non se lo meritava ma il destino ha giocato la sua partita. Lui ha combattuto sino all'ultimo e non ha mai smesso di sperare. Prima che partissi per il Kenya aveva una grinta in corpo.
Ora il Daniel è in un bicchiere d'acqua ma sono certo che si metterà a nuotare sino a raggiungere il bordo.
E... dopo... scoprirà che nuove avventure gli cadranno davanti... e... sono certo che le affronterà con lo stesso timore e rispetto con cui ci siamo guardati in faccia tanti anni fa davanti alla prima birra che abbiamo bevuto insieme.

martedì 26 gennaio 2010

IL CHIODO DELL'AMORE NON MOLLA MAI

Da quando sono tornato dal Kenya avrei diverse cose da scrivere ma il tempo mi è abbastanza tiranno. In questi giorni mi è stata regalata una vecchia edizione di un libro che ho letto due anni fa e che racconta la biografia di un grande alpinista di nome Angelo Ursella.
Questa edizione ha in più degli scritti di diversi amici di Ursella. Leggendoli ho trovato quello di un prete. Ve lo riporto perchè dalle parole scritte da Don Raffaello emergono dei valori insindacabili di amicizia che sono fondamentali nella mia visione dell'andare in Montagna, del legare una corda ad un'altra persona.

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IL CHIODO DELL’AMORE NON MOLLA MAI

di don Raffaello de Rocco

Il Tissi è anche un rifugio, è anche un ottimo ritrovo per allegre gite, ma è soprattutto una specola, un osservatorio.

Oltre a quelle del firmamento, dal Tissi, si possono vedere tante altre stelle di varia grandezza, che lambiscono il Civetta come satelliti.

E’ proprio da questa specola, ch’io scorsi Angelo, astro dell’Alpe. Così presto uscito dalla nostra galassia.

Aveva tentato un pezzo della “Su Alto” in quell’agosto ’68, solo per allenarsi, e mi colpì il suo disinvolto modo di discendere, libero, saltellando qua e là come un cerbiatto.

Lo attesi alla base, e là nacque la nostra amicizia.

Era sbrindellato (la dolomite a volte taglia gli abiti come il rasoio), capelli fulvi, arruffati, sguardo assente verso l’immane parete.

Iniziò così uno scambio di cartoline, era ghiotto di panorami dolomitici. Poi lo andai a trovare a Buia e conobbi la sua famiglia.

Semplice gente friulana, cresciuta al dovere ed alla fatica, ricca di Fede e di buona volontà.

Poche le loro parole ma di una delicata ospitalità. L’essenziale per l’uomo. Una mattina trepidante per tutte le assenze di Angelo, quasi presaga di quello che sarebbe più tardi successo.

Per questo, Angelo, che aveva per la famiglia un affetto reverenziale, doveva preparare ogni volta in segreto il suo bazar di articoli d’arrampicata. Ogni suo viaggio incontro alle Dolomiti, era una fuga, una mossa tattica per passare inosservato, come se si fosse trattato di andare al bar un attimo con gli amici, per poi rientrare.

Ed erano fatiche enormi, le sue.

Smettere il lavoro al sabato e mezzodì a Monfalcone, correre a Buia, inforcare la vespa, essere a notte nelle Dolomiti per un breve riposo, arrampicare la domenica e rientrare in serata, tardi, per un’altra lunga settimana di fatica.

Un ritmo sostenuto per mesi e mesi, con qualsiasi tempo, con qualsiasi strada, anche innevata, perché già a marzo lui sentiva il richiamo delle Dolomiti, e le sue fibre percepivano precocemente la primavera.

Ci rivedemmo nell’estate ’69, in Lavaredo per caso, in Civetta per appuntamento quando con Paolo Bizzarro per la Carlesso sulla torre di Valgrande.

Occasioni, queste, che rassodarono la nostra amicizia, con lui e col suo fratello Silvio.

Nonostante le poche parole, tutte sobrie, che lui pronunciava, non era difficile scoprire in lui un anelito che la pianura friulana non poteva saziare. Un ideale al quale tendeva con costanza, donando il meglio di se stesso, non per la pubblicità (il suo infatti, allora, era un nome sconosciuto nel campo dell’alpinismo) ma per un bisogno di vincere, di superare, di superarsi. E non c’era ostacolo che gli chiudesse il cammino, basterà sfogliare questo libro (il ragazzo di Buia n.d.r.) per averne conferma.

Nel tardo autunno ’69, passò per Forno di Zoldo – lo seppi dopo da lui – era diretto all’Agnér, fece in solitaria la via Jori in ore 6. Ripassò per Zoldo al ritorno, e giunto a casa sua, si scusa di essere passato senza salutarmi. C’è qui una sua lettera del 5 novembre, una reliquia, ove narra tutta l’avventura sull’Agnér, e il lungo ritorno a notte alta per Duran-Zoldo-Valcellina, e conclude “come vede, non ho potuto fermarmi neanche per bere una birra per la fretta, e soprattutto per non tenere in pensiero i miei. Ma quando verrò a trovarla, verrò da turista, senza fretta. A presto…”.

Ed ecco che riaffiora ancora il suo animo: l’amicizia e la famiglia, due cose che lui non disgiungeva mai dalla passione per l’alpe.

Nel suo lavoro, la sua mente tesseva i piani più reconditi, per cooperare col fratello a migliorare la vita in famiglia, per incontrare spesso gli amici, per sentire, pure spesso, le crode strette tra le sue mani.

Mi diceva un giorno. “Le mie domeniche sono tutte così, viaggio e scalate, rubo anche il tempo alla messa, e la mamma ne soffre, ma Dio conosce il mo animo e son certo che è dalla parte mia”.

Non era la sua una ricerca di giustificazione, avrebbe voluto poter arrivare ovunque, ma questo non era possibile. O approfittare dei brevi spazi di tempo liberi da impegni, o sacrificare la festa restando in paese, nelle osterie, il che si sarebbe tradotto in sofferenza per lui, cuore silenzioso e grande, che cercava solo il silenzio e la maestà dei monti.

Ogni simile ama il suo simile.

Poi uno scambio di auguri a Pasqua nel ’70, quindi a maggio mi tenne per alcuni giorni l’ospedale di Feltre per un intervento, e fù là che una sera, tardi, me lo vidi arrivare in stanza. Veniva dal Rolle, non aveva scalato quel giorno, ma forse da quelle parti una ragazza aveva acceso per lui una fiamma. Parlammo di crode, di progetti per l’estate incipiente, e con un guizzo negli occhi accennò all’Eiger.

Ci salutammo contenti. E fu l’ultima volta.

Verso metà luglio, come d’accordo, lo attesi in Lavaredo, ma non lo trovai. Altri giorni attesi sue notizie, ma invano. Scadeva il 18 il suo compleanno e gli feci pervenire per posta, come strenna, il libro delle alpi. Uqel libro non lo vide, era partito per la Svizzera.

Attesi una settimana sue notizie, era quello il etmpo migliore anche per me per avvicinarmi ai monti, e per seguire con l’occhio le sue ascensioni. Poi, una lettera listata a lutto, vie da Buia. Mi colpisce il colore… penso alla mamma di Angelo, al padre, a tutti, meno che a lui.

E’ Auro che scrive, il fratello: “Don Raffaello, il nostro Angelo non c’è più… questo è il frontespizio della missiva, che continua: per noi sarà un grande conforto vederla e poter parlare del nostro Angelo…”

Da giorni non seguivo la stampa. L’avessi fatto, sarei almeno arrivato in tempo per l’ultimo saluto. Ero insomma all’oscuro di tutto, e Lui giaceva ormai a Buia, sotto una lastra di marmo, porgendo agli amici un chiodo ed un moschettone per invitarci a non desistere, a salire ancora.

Nobile creatura, quante lacrime ci è costato il commiato! Quanta tristezza ho trovato poi, nella tua casa, orbata del tuo sorriso, dei tuoi capelli arruffati, dei tuoi piccoli sotterfugi per sgusciare via, verso i monti.

Parlavi poco, ma eri la vita per i tuoi. Quanto a me, la tua mancanza mi ha impoverito. Ti cerco ancora al Tissi, parlo di Te, col Livio, con la sua sposa, vedo gli occhi di lei bagnarsi di lacrime.

Noi uomini facciamo i forti, non ci facciamo vedere a piangere, ma sentiamo che il cuore perde battiti al tuo ricordo. Preferisco guardare verso la Valgrande, verso la Carlesso, e cercarti, nell’Infinito, ove so che ti rivedrò. E a questo vecchio amico tu porgerai la corda di sicurezza e mi aiuterai per l’ultimo ‘sesto grado’, dopo il quale non ci saranno più né separazioni né lacrime, ma vita piena, di tutti noi amici, nell’oceano infinito di quell’Amore che nel Civetta e nell’Eiger pose solo un saggio della sua Forza e della sua Bellezza.

venerdì 8 gennaio 2010

KENYA

Buongiorno Mondo,
l'anno vecchio e' finito ormai... ma qualcosa ancora qui non va!
Lucio Dalla aveva davanti a se la mia sfera di cristallo quando ha composto questa canzone.
Siamo in Kenya dal giorno di Natale ma qui le cose non sono andate proprio alla grande. Quella che dovrebbe essere la stagione secca in realta' non lo e'. Tutti i giorni piove alla grande. Pioggia che ha portato morte e distruzione.
Piogge che non hanno regalato tranquillita' a noi poveri arrancatori della domenica venuti sin qua per tentare i 5000 metri e passa del monte Kenya (non raggiunto sia per meteo infame che per problemi di quota) che per i Kenyoti che stanno veramente in una situazione allarmante di nubifragio.
Mentre salivamo al nord al lago Baringo siamo dovuti rimanere fermi un giorno e mezzo per un rigagnolo in piena che aveva, poco prima del nostro arrivo, trascinato via due persone. Poco oltre un bus di 54 persone e' stato letterarlmente portato via dall'acqua e ritrovato kilometri dopo nella rift valley.
La notizia della morte di due persone mi ha lasciato letteralmente basito. Mike, la nostra guida mi ha riferito della vicenda con molta leggerezza ridendo per la situazione comica con cui sono stati trasciati via. Nessuno dei numerosi presenti sapeva nulla di loro, ne i nomi ne da dove venissero pero' tutti hanno dichiarato ridendo che erano diventati la cena di diversi coccodrilli.
In Italia cio' non sareebbe successo. Si sarebbe attivato un processo mediatico insopportabile. Ora noi viviamo in un eccesso... loro in un altro!
Dopo essere stati in giro tra parchi nazionali a farci derubare da un governo (l'ingresso ad un parco nazionale costa 70 euro al giorno!), che dopo l'elezione di Obama, pensava che gli americani avrebbero fatto del loro stato una sorta di luogo di pellegrinaggio (ma cosi' non e' stato) andremo a Monbasa. Qui probabilmente stareno appoggiati a casa di Francesco, un ragazzo italiano che dopo aver trascorso qualche anno in una missione italiana ha deciso di stabilirsi qui ed aprire una ditta d'installazione di pannelli solari. Con Francesco abbiamo salutato il vecchio anno e inaugurato quello nuovo e sono sicuro che ci aspettano giorni di divertimento.
Giusto per chiudere questo capitolo della mia vita e rientrare a lavorare!
Jambo,
Matteo

martedì 22 dicembre 2009

EBANO

Il tempo scivola via dalle mani.
Sembrava ieri il primo giorno delle superiori e un mondo nuovo che si apriva.
Da allora ad oggi son passati molti anni. Eppure... non riesco a rendermene conto!
Nel gennaio 2004 mettevo per la prima volta dei vestiti dentro un grande zaino trasformando quello spazio, non poi così grande, nella mia piccola casa per circa un mese.
Il viaggio in Messico aveva dato inizio a qualcosa di veramente importante.
Nei viaggi che si sono susseguiti, l'alpinismo ha trovato il suo spazio. Tutto si è fuso insieme. Tutto è stato unico ogni volta.
Mentre toccavo la sabbia di tanti Stati ho saputo ridere e al tempo stesso piangere.
Il "dolcemente viaggiare" direbbe Lucio Battisti quel "...rallentare per poi accellerare..." che mi ha permesso di assaporare tutto l'assaporabile.
Tra qualche giorno sarà Natale. Mentre la maggior parte di voi sarà davanti ad una tavola imbandita io starò volando sopra le vostre teste. Un nuovo viaggio, una nuova avventura. Il Kenya, con il suo Monte Kenya saranno le nostre destinazioni. Uno stato e una vetta (in reltà le vette son 3).
Lo spirito con cui affronterò questa avventura è lo stesso delle altre volte o forse superiore...

"E potresti ripartire
certamente non volare
ma viaggiare!"

Restate Sintonizzati!
Matteo