venerdì 3 settembre 2010

IL VIAGGIO

Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione.
Quando il viaggiatore si è seduto sulla spiaggia della sabbia e ha detto: “Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito.

Josè Saramango

lunedì 23 agosto 2010

SPIGOLO VINCI AL CENGALO

Due anni fa ero salito al Rifugio Gianetti per tentare di salire lo spigolo Vinci al Cengalo. Ero con Luca, Claudia e Fabio. L'idea era quella di compiere la salita integrale della via, ovvero con quella parte bassa che oggi non viene più ripetuta.
Raggiungemmo l'attacco utilizzato oggi che era già pomeriggio inoltrato così decidemmo di rientrare.
Questo weekend sono tornato al Gianetti con Andrea, Tiziana ed Enrico. Domenica abbiamo salito la parte alta dello Spigolo. Una via molto bella che merita senz'altro una ripetizione.
Grazie all'intuizione di Enrico abbiamo lasciato il rifugio alle 5.45 senza far colazione attaccando così per primi la via!
Gran bella giornata.

giovedì 12 agosto 2010

PALE DI SAN MARTINO

Lo scorso weekend sono stato con Luca Bono ad arrampicare nelle Pale di San Martino, l'angolo più bello delle dolomiti. Era la prima volta che arrampicavamo insieme così abbiamo scelto delle arrampicatine easy.
Qui di seguito metto qualche fotografia... premettendo che l'ordine è casuale... un po' per lazzaronismo un po' per non schematizzare troppo la vita.
E' stato un bel weekend e questo è l'unica cosa importante.
VIA GIULIANA con variante d'uscita alla PUNTA DELLA DISPERAZIONE
SPIGOLO CASTIGLIOLI alla CIMA DI RODA.


martedì 10 agosto 2010

L'INVINCIBILE

di William Earnest Henley

Dal profondo della notte che mi avvolge
nera come il più profondo abisso, da un polo all'altro,
io ringrazio quali che siano gli dèi
per la mia anima invincibile.
Nella morsa delle circostanze,
non mi sono tirato indietro, né ho gridato a squarciagola:
sotto i colpi di maglio della sorte
il mio capo sanguina, ma non si china.
Oltre questo lido di ira e lacrime
Non giace altro che l'Orrore dell'ombra,
E tuttavia la minaccia degli anni
Mi trova e mi troverà senza timore.
Non conta quanto sia stretta la porta,
quanto sia piena di castighi la vita.
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.

giovedì 5 agosto 2010

CAMPANILE BASSO

Recentemente sono ritornato sulla vetta del Campanile Basso nelle Dolomiti di Brenta. Abbiamo raggiunto la vetta mediante lo spigolo Fox. Una delle vie più belle che abbia mai ripetuto.

Ora leggiucchiando un libro sulla storia di questa bellissima montagna ho trovato qualche episodio decisamente fantastico e poetico al tempo stesso.

Dal libro "Il Campanile Basso - Storia di una montagna" di Marino Stenico e Gino Callin:
Il 7 agosto del 1937 è un'altra data storica per il Campanile Basso. Entra in scena infatti un forte alpinista roveretano: Pino Fox. Si trova al Rifugio Pedrotti con alcuni valenti alpinisti trentini: Rizieri Costazza, Alessandro Disertori e Luigi Golser. Decidono assieme di salire il Campanile Basso lungo l'inviolato spigolo sud-est. Fox non si apprestava certo per la prima volta al bel campanile. Aveva percorso e ripercorso molte vie di salita, dalla "normale", alla "Fehrmann", alla "Preuss". Già, poiché il "Basso" egli dice "era il sogno di tutti gli alpinisti di allora". Con Bruno Detassis aveva parlato più volte di quello spigolo: la loro conclusione era stata una sola: "Una salita di eccezionale bellezza". E Fox aveva tutte le carte in regola per tentarla. Alla base del campanile ci fu qualcuno che cominciò a nicchiare, evidentemente non troppo convinto dell'idea di avventurarsi su quell'affilato spigolo. Fox però mise subito fine alla discussione con un tono che non ammetteva replica: "Si va e basta!". Nessuno più fiatò e i quattro, Fox in testa, iniziarono l'arrampicata superando i duecento metri di salita con nove chiodi. Il principale protagonista riservò all'impresa un commento quanto mai lapidario: "Difficili soprattutto i primi quaranta metri, ma poi la parete diventa sempre più accessibile pur richiedendo una certa capacità di equilibrio..."- L'ascensione comunque è valutata di quinto grado superiore. Il giudizio espresso da Fox mette in luce la modestia di questo alpinista le cui capacità sono evidenziate da un brillante curriculum in cui fanno spicco ascensioni come la Punta Iolanda con Friederichsen e Cottafari, la parete sud-est della Cima d'Ambiez con Marino Stenico, un'arrampicata di 10 ore definita "eccezionale per eleganza ed arditezza" da Castiglioni, la Cima Rocchetta nelle Alpi di Ledro, ancora con Stenico. una salita con le rocce a strapiombo sul lago di Garda che Fox ritenne "la più difficile della sua vita".
[...]
Due imprese di Giorgio Graffer meritano il loro posto d'onore nella storia del Campanile Basso: la prima ascensione direttissima per lo spigolo nord il 24 agosto del 1933 e la prima ascensione dello spigolo sud-ovest dello Spallone, nel 1934. La prima salita la compì con la sorella, la seconda con Antonio Miotto. Vi è un episodio che bene esprime le difficoltà estreme di quest'ultima ascensione. Giorgio Graffer, si sapeva, usava arrampicare scalzo sui tratti di parete più difficile. Parlando con Renzo Videsott gli scappò detto che solo sullo Spallone aveva arrampicato scalzo per più tratti. "Ma allora è di sesto, si o no?" "Ricordo solo che è stata specialmente dura!" "Ma sulla Solleder della Civetta ti sei tolto le pedule?" "No, non c'è stato bisogno." "Ma allora, il Basso dallo Spallone è di sesto grado!" "Se proprio vuoi sarà di sesto..." Sullo stile di Giorgio Graffer in arrampicata vale quanto scrisse di lui Marcello Pilati: "Vedo due dita ferree raggrinzirsi sulla roccia, distendersi lentamente, lasciare l'appiglio, trovarne un altro, accarezzandolo quasi dapprima, poi aggredendolo forti e tenaci." E ancora: "Giorgio si raggomitola sotto lo strapiombo, allarga le gambe a compasso, si distende lentissimamente, senza strappi."

venerdì 23 luglio 2010

ECLIPSE - THE TWILIGHT SAGA

da una recensione del film ECLIPSE:
[...] questo Eclipse gira molto attorno a Jacob, il giovane licantropo, un personaggio scritto con acume. Quando entra in scena a torso nudo la platea esplode in un boato. Un boato da stadio a voce mista (maschi e femmine). I maschi ci si possono identificare doppiamente: da una parte è quello che vorrebbero essere (un tizio straordinario con un fisico pazzesco), dall'altra è quello che spesso sono (uno sfigato ordinario continuamente respinto dalla bella del liceo).[...]
Mauro Gervasini dalla rivista FilmTv.

mercoledì 16 giugno 2010

CANNA D'ORGANO

Ricordando il grande Bruno Detassis mi è venuta voglia di rileggere quanto scritto in merito all'apertura della via Canna d'Organo ad Arco di Trento! Chissà se un giorno metterò mano su quella via...


Calcare e arsura: la valle del Sarca
“A Trento, nell’ambiente alpinistico, sentivo parlare della Canna d’Organo sul Dain, sopra il lago di Toblino. Sapevo che era già stata tentata”.
Se voi seguite la strada che porta a Sarche costeggiando il lago di Toblino, non potete far a meno di alzare lo sguardo e osservare questa magnifica struttura rocciosa che costituisce l’estremità meridionale del Piccolo Dain. Bruno cominciò la sua avventura insieme all’amico “Riz”, a bordo di una moto sgangherata, che in qualche modo li condusse a Toblino, come racconta pacatamente. “Lasciammo la moto alla casa di sotto, lungo la strada e, in poco tempo siamo andati all’attacco. Dico a Riz: “Prendi la corda e il sacco e intanto vai su per rocce facili dello zoccolo”, mentre mi apparto per qualche momento. Fatti neppure dieci metri, mi chiama e dice “qui non si va più avanti”. Lo raggiungo e ci prepariamo. Arrampichiamo con una certa difficoltà, giungendo dove incomincia per davvero la Canna d’Organo e dove finisce lo zoccolo. Qui troviamo dei chiodi con cordino, premuso dei primi tentativi.
Questo zoccolo, visto dal basso, sembrava facile. Invece è tutto “rovescio”, tutto vegetazione. Attacchiamo il diedro un po’ sporco di polvere, di foglie. Le difficoltà continuano fino a che arriviamo ad una fessura levigata. Alla nostra destra, spostato in una nicchia vediamo un nido formato da grossi rami. Era certamente di qualche rapace.
Superiamo la fessura. E’ già tardi. Non abbiamo più acqua. La sete si fa sentire. Abbiamo arrampicato dalla tarda mattinata fino alla sera, sempre in un caldo soffocante. Decidiamo perciò di bivaccare li. Fino a questo punto ho usato solo chiodi alle soste. Avevamo solo chiodi artigianali, fatti da me, Corrà o Stenico. Fortunati noi, che avevamo un chiodo da ghiaccio, di quelli militari, che mi ero portato dall’Adamello. Penetra sicuro nella roccia fino all’anello e ci dà la sicurezza del bivacco. Il posto è piccolo. Riz sta un po’ seduto e un po’ in piedi. Io sto in piedi tutta la notte, su quell’esile terrazzino. E’ stato un bivacco caldo, ma eravamo tormentati dalla sete e avevamo i crampi alle gambe. All’alba attacchiamo direttamente su una roccia che ha più del mattone che del calcare. Mi alzo circa una decina di metri, piantando tre o quattro chiodi. Ad un certo momento volo. Man mano che volavo, uscivano i chiodi. Il volo veniva rallentato da un chiodo all’altro, perciò Riz arrivava a recuperare la corda. Mi fermo al famoso chiodo dell’Adamello, senza conseguenze. Accendo un toscano, ma dall’arsura alla gola, non lo sento. Mi metto perciò a masticarlo. Ne offro uno anche a Riz che rifiuta. Dico a Riz: “Prova tu a fare questa lunghezza di corda, perché io ho talmente le mani stanche, che credo di non farcela più”. “Se non ce la fai tu, chi ci va su? Io no. Guarda, Bruno, se vuoi io suono l’armonica tutto il tempo che tu superi questo tratto di parete”. Provo di nuovo. Pianto qualche chiodo. Non perdo tempo e alla fine vinco questa parete difficile di roccia insidiosa, friabile per la sua formazione quasi cretosa. Non ci si poteva permettere di restare a lungo sugli appigli. Faccio levare il chiodo dell’Adamello a Riz, pensando che ci occorra ancora. E così, da una corda all’altra, con meno difficoltà di prima, ci troviamo in cima in mezzo alla vegetazione e possiamo prenderci un ben meritato riposo. Scendiamo verso sud, lungo il versante delle Sarche, per non andare verso il paese e fare il giro più lungo. Con qualche corda doppia ci veniamo a trovare su una traccia di sentiero. Arriviamo alla casa dove abbiamo lasciato la motocicletta. C’è una bellissima fontana. Andiamo dentro a rinfrescarci e a pulirci, perché siamo pieni di polvere e di terra. Abbiamo una sete che non ci dà pace, ma non vogliamo bere tanta acqua. Un ragazzino, per pochi spiccioli, ci porta un cestino di uva e fichi.
Questa salita, che ammiravo dalla base credendo fosse circa centocinquanta metri, risultò invece di trecentocinquanta. Abbiamo adoperato al massimo venti chiodi.
“A mio giudizio questa salita con i tratti in libera che ho fatto, dato che la roccia è malsicura e considerato i mezzi che avevamo allora, è certamente l’arrampicata più difficile che io abbia realizzato”.
La Canna d’Organo è un esempio di salita che non si svaluta con il passare del tempo. Tutti i ripetitori affrontano le stesse difficoltà, i chiodi sono pochi e malsicuri, la roccia è friabile.
Il giudizio di Alessandro Gogna, inquadrato in un contesto storico-alpinistico legato agli anni Trenta è significativo: “Con ciò la grande guida trentina non solo superò l’itinerario più difficile della sua carriera ma diede l’inizio, con grande anticipo, a quel movimento che avrebbe portato agli anni Settanta alla valorizzazione alpinistica della Valle del Sarca (1). Detassis, nelle sue interviste non dedicò mai grande spazio al diedro; la via della Canna d’Organo rimase per lui un’esercitazione da palestra, sia pur di estremo impegno. Un exploit che non coinvolgeva quello che Rudatis, proprio quell’anno, aveva chiamato il “sentimento delle vette”. Il “sentimento” di Detassis era altrove, sulle alte e vere cime del Brenta, oppure sulle altre grandi montagne dolomitiche. Eppure, a detta di molti moderni arrampicatori, la Canna d’Organo è una serie continua di passaggi di VI e VI+, con punte di VII- obbligatori, senza chiodi e su roccia friabile. Con questa impresa, veramente memorabile, comincia a calare il grande movimento degli anni Trenta. Essa fu l’ultima genuina impresa di VI superiore, l’ultimo tocco d’artista prima della guerra (2). E’ forse eccessivo parlare di settimo grado, ma è fuori discussione il valore assoluto della via, che la rende forse poco attraente o divertente rispetto ad altre, ma senz’altro più affascinante per chi vuole assaggiare del vero alpinismo in senso pieno e compiere un viaggio a ritroso sulle orme dei primi salitori, annusare un po’ di storia dell’arrampicata di quei magici anni Trenta.


(1) In verità la Canna d’Organo rappresenta la seconda nuova di Bruno Detassis sulle pareti della valle del Sarca. Infatti il 22 ottobre 1935 con Rizieri Costazza e Marino Stenico superò il gran diedro del Monte Casale, una parete alta ben mille metri, con difficoltà di V°+ e passi di VI°. La guida “Vie di roccia e grotte dell’Alto Garda” la definisce “via a tratti estremamente friabile, con passaggi delicatissimi. Pericolo di scariche e pietre. E’ difficile l’uso dei chiodi e di altri mezzi artificiali. Via completamente in libera”. (pagg. 188-190). Assieme a Detassis e Stenico anche alpinisti come Fox, Friederichsen e Miori contribuirono a dare un impulso decisivo all’arrampicata sulle pareti della Valle del Sarca.
(2) Alessandro Gogna, Sentieri Verticali, pag. 104