martedì 5 giugno 2012

I CENTO ANNI DEL CAI DI REGGIO

E' il vuoto della casa ad amplificare il rumore di questa fitta pioggia che incessantemente batte sul tetto di questa casa vuota. In giro non c'è neanche il solito vecchio che dalla panchina del parco guarda impaziente la luna comparire all'orizzonte.
Tra le mani questa sera c'è Lamberto Camurri che racconta il suo nuovo mattino mediante le pagine un po’ ingiallite di un libro stampato in bianco e nero. Si racconta di salite ghiaccio e di misto, si racconta dell’erba della Valle del Sarca e della sabbia della Pietra di Bismantova.
Bismantova, quelle pareti che dal nulla salgono verso il cielo; Bismantova, quell’insieme di versanti che portano su di un pianoro dove non esiste vetta, dove non esiste lotta; Bismantova, quel luogo d’incontro spirituale che compare improvvisamente davanti agli occhi di ogni alpinista poco prima di entrare in Castelnovo.
Ed è su queste pareti che ultimamente gioco con le staffe. Diego da un po’ di tempo non fa altro che parlarmi uno spigoletto su cui andare a mettere le mani. Decido di seguirlo con la certezza che le emozioni che circoleranno saranno altissime.
E’ martedì e a parte il vecchio frate che di buona mattina ha celebrato la messa non c’è in giro nessuno. Persino i muratori che si stanno prendendo cura del vecchio rifugio Krunz questa mattina si sono svegliati tardi.
Raggiungiamo l’attacco senza perdere molto tempo consapevoli del fatto che quella manciata di metri strapiombanti ci avrebbe impegnato per un bel po’.
La base della parete ha un’aria diversa, oggi è tutto deserto mentre ieri sera gli schiamazzi dei falesisti si sentivano sin dal parcheggio del buon Tamburini che anche per questa settimana si prenderà di cura di noi viziandoci con abbondanti cene.
La fessura iniziale si presenta con erba, roccia instabile e chiodi marci, così in attesa di una (nostra?) ripulita decidiamo di raggiungere i primi chiodi a pressione mediante la variante Graziellina. Qui il vento ci abbraccia. Oramai la parete inizia a strapiombare e quei chiodini piantati tanti anni fa da Ginetto Montipò e Renzo Quagliotto c’invitano a proseguire con la promessa che il sole non ci avrebbe abbrustolito nonostante la data sia più adatta a una salita in quota.
L’elicottero all’improvviso fa il suo ingresso. L’aria ci viene spazzata addosso violentemente e un gruppo di ometti rossi si allena, sulla vicina Pincelli Brianti, a salvare la vita a qualcuno.
Lo spigolo arrotondato sale verso il cielo e Diego inizia una vera e propria lotta per guadagnare metro dopo metro la sommità. Parte dei chiodi a pressione, un tempo piantati con dovizia geometrica, sono stati brutalmente distrutti (chissà con quale diritto) a colpi di martellate da qualcuno che un bel giorno decise di imporre una libera altissima. La violenza è stata notevole visto le ferite che questa roccia ancora conserva e che per anni ha tenuto lontano gli amanti del vuoto come noi.
Progredire è sempre più faticoso e siamo costretti ad aggiungere qualche protezione oltre che costruirci con un ramo e un cliff una piccola prolunga.
Il tempo passa velocemente e tra un recupero e l’altro resto incuriosito da un piccolo uomo che dalla base del Pilone continua a perdere lo sguardo nel nostro infinito. Il tempo per fantasticare non manca e oltre a sognare le vertiginose pareti delle dolomiti continuo a chiedermi chi possa essere interessato a seguire due carpentieri come noi.
Il successivo tiro d’artificiale c’impegna non meno del precedente ma quantomeno la sosta consente di riscoprire il piacere di stare con i piedi appoggiati.
Alla sommità mancano una trentina di metri che non si dimostrano per niente banali e le ore che sono trascorse in questo breve viaggio oramai non si contano più. Mentre mi appresto a recuperare gli ultimi rinvii Diego mi racconta di un uomo che è venuto a complimentarsi con noi. Col solo sguardo carico di gioia mi fa capire che la nostra ripetizione non è sfuggita al custode di questo capitolo di storia. Ginetto Montipò ci cattura, c’intrappola nel suo universo. Ci fa scoprire la Ovest della Pietra e le sue linee di salita. Il tempo che ci separa dalla birra di fine giornata è breve e qui quest’uomo ci svela la sua semplicità. Il più grande ricordo di questa giornata.

martedì 1 maggio 2012

ERNESTO LOMASTI

Ancora una volta mi scontro con questo grande uomo che non c'è più...


"Perché vengo a rischiare così facilmente la mia vita, quando potrei starmene tranquillamente a casa?
Lo stesso istinto che mi spinge a sfidare la morte per amare la vita, a cercare il freddo per amare il caldo, a stare da solo per amare la compagnia, a sopportare la fatica per amare il riposo, a salire una cima per il suo versante più difficile per amare il più facile..."
Ernesto Lomasti

mercoledì 15 febbraio 2012

ANDREA GOBETTI

Sto leggendo "l'uomo che scala" di Andrea Gobetti e credo che questi due brevi pezzi che riporto meritino attenzione. Il primo è un dialogo tra Gobetti e Manolo. Il secondo invece è una bella riflessione sulle difficoltà d'arrampicata. Forse Gobetti ci vuole riportare (fors'anche solo con la mente) ad un alpinismo romantico che via via ha lasciato il posto all'arrampicata sportiva fatta unicamente di gradi, allenamento e rivalità tra le persone.

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Manolo fa un sorriso strano, di quelli che i bambini fanno da grandi quando proprio non ce la fanno a capire un loro gioco.
- Mi spiace, Andrea, che tu non ti alleni, ti farei capire, vorrei portarti su vie più belle, su “Danza immobile” o su “Velluto grigio”, ma non ce la faresti a salire, non ti divertiresti niente, dovresti allenarti.
Rispondo automaticamente: - Non ho mai sopportato l’allenamento e poco quelli che lo fanno, tu sei un’eccezione, caro, perché eravamo ubriaconi insieme - . Detto questo, continuo in tono tollerante e filosofico: - Mi sembra che chi si allena lo faccia per essere il più bravo, e finisce per gettar via il piacere dell’assoluto per le ansie del relativo. E’ cominciato con l’allenamento e ora ci sono le gare, eravamo artisti e diventeremo tifosi.
- Tante teste tante idee, - sorride Gatto Manolo accovacciandosi nell’imbracatura. – Anche a me Bardonecchia ha fatto effetto. M’ha dato fastidio che ognuno avesse il diritto di giudicare, anche chi non aveva mai arrampicato.


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Io amavo arrampicare e quando il V°+ era la porta dell’empireo ne ero soddisfatto.
C’era una lurida vanità, non lo nego, ma nei dintorni del quinto allignano dei fenomeni di fluidità, di stato di grazia con estasi sensoriali, di soddisfazione nel riconoscimento del proprio valore che allo sperimentatore delle umane possibilità possono offrire gioia e sicurezza nonché un vasto e misterioso, quanto piacevole, campo di scoperte.
Quando la frontiera della difficoltà massima si allontanò dal quinto grado pochi rimasero fedeli al paese delle delizie e inseguendola su per la scala ‘aperta’ trovarono le frustrazioni del progresso, le corse stressanti dietro un obiettivo irraggiungibile se non per illusione, da cui Willo Welzenbach l’aveva preservata.

venerdì 6 gennaio 2012

LINEE E CHIODI


Erano gialle e terribilmente scomode da usare. O forse eravamo noi, terribilmente convinti di saperle usare.
Gialle vive, con delle bordature fucsia e un odore di Yosemite che giungeva al nostro palato quasi ad istigare un sogno che forse in un futuro si sarebbe realizzato.
Non so come Livio si era procurato quel simpatico paio di staffe. So per certo che noi le avevamo guardate con occhi spalancati quando Eugenio (il fratello di Livio) le regalava ad Alfio. La vacanza natalizia ci aveva portato nell’Appennino Emiliano e la simpatica guida del Righetti era riuscita a convincerci che avevamo le capacità per giocare sui chiodi a pressione di Bismantova. Alfio ci prestò le staffe con la sua solita generosità che lo contraddistingue. Noi eravamo dei giovani Sassi vogliosi di scoprire l’immensità di quella Pietra che rappresenta forse l’unico punto di arrampicata dell’Alpe di Succiso.
La Donato Zeni con il suo passo del serpente, i suoi chiodi a pressione, l’immenso becco della sfinge e soprattutto la sua chiodatura originaria ci aveva catturato ancora prima di giungere al cospetto dell’Eremo che a ridosso di quelle pareti di Arenaria osserva numerosi alpinisti sognare.
Era la vigilia di Natale e la nostra voglia di giocare con quelle staffe era altissima. Non avevamo mai provato sino ad allora ma non so per quale motivo, eravamo sicuri di poterle domare. Arrivammo velocemente al passo del Serpente, un simpatico cunicolo che consente di guadagnare una piccola trincea situata a metà parete e quasi impossibile da individuare dai sentieri sottostanti. Qui notammo sulla sinistra dei vecchi spit con annodati diversi cordini e un vecchio rinvio penzolante. Il sorriso fu la prima cosa che notai sulla faccia di Luca. Quel simpatico oggetto abbandonato da chissà chi… e soprattutto da chissà quanto tempo doveva essere assolutamente nostro. Partii armato di staffe e ci saltai sopra testando il vecchio ancoraggio. Raggiunsi facilmente il rinvio e lo sventolai in faccia al mio compagno con la felicità che prova un bambino a scartare il suo primo regalo di compleanno. Continuai a salire sulla staffa, un gradino dopo l’altro, provando non poche difficoltà di equilibrio. Il mio peso unito alla verticalità della parete mi rendeva instabile. Ben presto capii che la protezione successiva era impossibile da raggiungere e lasciai tentare al mio compagno che osservava la scena con un’aria divertita.
Luca si arenò nel mio stesso identico punto e riponendo nuovamente in loco il fatidico rinvio ci calammo alla sottostante sosta e raggiungemmo per la prima volta la sommità della Pietra mediante la classicissima Zuffa-Ruggero.
Le staffe tornarono ben presto ad Alfio ma la voglia di sfidare il magico mondo strapiombante aumentava di giorno in giorno soprattutto leggendo le pagine di storia della Valle del Sarca.
Tornai altre volte a Bismantova ma sulla Donato Zeni non dedicai altro tempo.
E’ stato lo scorso settembre, in occasione di un corso di roccia che le lancette dell’orologio iniziarono a girare all’incontrario. Il sapore di quella via stava tornando vivo. Marco, Stefano e Thomas si fidarono (forse un po’ troppo) della mia voglia di riporre i nuovamente i miei polpastrelli su quella linea di salita e accettarono l’invito anche in funzione del fatto che erano incuriositi delle mie staffe attaccate all’imbraco.
Era il 17 settembre del 2011 e il passo del Serpente incise su di loro lo stesso sorriso che avevo avuto io quella vigilia di Natale.
Il rinvio aveva atteso ben 5 anni il mio ritorno e proprio mentre l’osservavo incuriosito un ragazzo impegnato sulla Zuffa mi chiese se ero intenzionato a salire la Donato Zeni ricordardomi che il tiro in artificiale si trovava al di là dello spigoletto di destra e che il rinvio era il segno tangibile di una ritirata da una variante di 6b.
Salii quei chiodi a pressione intervallati da fix mentre intorno a noi si sollevava leggermente il vento. Sostai proprio sotto il tetto della Sfinge e mentre i miei compagni di avventura salivano guardavo l’impressionante variante di A2 che sfida la gravità.
Guadagnammo la vetta mediante la via originale e la giornata proseguì tra le chiacchiere degli amici.
Il tempo passa e le persone, oltre ad invecchiare, crescono. I sogni mutano e la maturità consente di cambiare angolazione e scrutare con occhi diversi le cose. Un alpinismo da agonismo non m’interessa più. Dedico molta più importanza ai compagni di cordata anziché alle vie e in seguito ad un piccolo progetto mi ritrovo ad arrampicare alla Pietra con Paolo e Diego. Con loro nasce il desiderio di salire la Donato Zeni e di giocare con il vuoto del becco della sfinge. Diego è molto bravo con le staffe e ingolosito si lancia a capofitto nel vuoto. Con una velocità impressionante guadagna la vetta e subito dopo mi ritrovo a girare su me stesso nel vuoto catturando l’attenzione di qualche falesista della domenica. Paolo sorride e non perde occasione di immortalare le mie fatiche e… mentre m’appresto a guadagnare per l’ennesima volta quel pianoro sommitale tanto uguale ma sempre diverso, riesce a farmi sentire per l’ennesima volta felice.

lunedì 26 dicembre 2011

L'ELEGANZA ESTETICA DEL TRACCIATO


La possibilità di approfondire maggiormente la figura di Emilio Comici e quella di Riccardo Cassin mi è stata data ad inizio anno dall’Università di Bergamo che ha chiesto alla Scuola d’Alpinismo, Scialpinismo e Arrampicata Libera Valle Seriana la disponibilità a tenere presso di loro una serie d’incontri sulla storia dell’alpinismo.

Indubbiamente si tratta di 2 personaggi chiave nell’epoca del sesto grado. Emilio Comici nasce a Trieste il 21 febbraio del 1901 e giovanissimo inizia la sua attività alpinistica dopo aver trascorso un decennio (1918-1927) nell’ambiente speleologico seguendo le tracce di Napoleone Cozzi (primo salitore in Civetta sia della Torre Venezia che della Torre Trieste).
Le prime salite si svolgono inizialmente sulle montagne di casa (le Alpi Giulie) e successivamente nelle dolomiti sino al 1932 quando decide di trasferirsi definitivamente a Misurina intraprendendo la professione di guida alpina. Nel 1939 è poi costretto a trasferirsi a Selva in Valgardena morendo un anno dopo in un banale incidente in falesia.
Comici è sicuramente l’apripista di quella fascia di alpinismo che porta il nome di “Epoca del Sesto Grado” e che racchiude una fascia che va dagli anni 30 agli anni 40. Da non dimenticare che in quegli anni il sesto grado rappresentava la difficoltà alpinistica massima ritenuta umanamente superabile. Insieme a Comici e Cassin vale la pena ricordare Raffaele Carlesso e Alvise Andrich.
Tra l’intensa attività di Emilio Comici figurano tre salite chiave:
1. La parete Nord-Ovest del Civetta (4-5 Agosto 1931). La via fu aperta con Giulio Benedetti percorrendola quasi esclusivamente in arrampicata libera. L’itinerario segue un percorso meno lineare rispetto all’adiacente Solleder ma con difficoltà notevolmente superiori.
2. La parete nord della Cima Grande di Lavaredo (13-14 Agosto 1933). Salita con Angelo e Giuseppe Dimai dopo diversi tentativi. La vera impresa di Comici però non è propriamente legata all’apertura ma al fatto che il 2 settembre del 1937 ripete la via in solitaria. L’alpinista triestino scriverà poi “Io credo per l’ardimento del concetto di affrontare una simile parete, per la continua esposizione, per le incessanti difficoltà, richiedenti oltre che una raffinata tecnica moderna di roccia, un tremendo sforzo fisico e psichico, di aver posto l’alpinismo italiano all’altezza che gli spettava. Questo era il mio sogno, la mia aspirazione: porre in testa l’alpinismo italiano sulle Dolomiti”.
3. Lo spigolo Sud est (oggi noto come spigolo giallo) della Cima Piccola di Lavaredo (8-9 Settembre 1933). Aperta con Mary Varale e R. Zanutti la via presenta difficoltà elevate sia in arrampicata libera che in artificiale. Comici stesso scrisse che senza la presenza di Mary Varale la salita non avrebbe avuto esito positivo.
Mary Gennaro Varale nasce nel 1895 ed inizia da giovanissima a frequentare la montagna. Fra il 1924 e il 1935 effettua notevoli ed impegnative ascensioni nelle Dolomiti. La fierezza unita alla forza di carattere che traspare dal volto della donna non rimase indifferente al noto giornalista sportivo Vittorio Varale il quale iniziò così ad interessarsi al mondo dell’alpinismo e a raccontare le grandi imprese degli alpinisti. E’ proprio grazie alla sua penna che l’alpinismo assume un interesse nazionale.
Il 2 luglio del 1931 Mary Varale in compagnia di Riccardo Cassin apre un nuovo itinerario sulla Guglia Angelina in Grignetta. E’ la prima nuova via di Cassin: “Anche se la via nuova è breve, l’emozione è sempre indimenticabile: è terreno vergine, sono rocce che dall’inizio dei secoli hanno subito soltanto il contatto con nebbia e pioggia, grandine e neve. Anche se il paesaggio intorno è familiare, il senso dell’esplorazione e della scoperta permane”.
Riccardo Cassin nasce a Savorgnano di San Vito al Tagliamento il 2 gennaio del 1909 e trascorre la sua infanzia con la mamma (vedova) e la sorella abitando a casa del nonno paterno. Nel 1926 è costretto per lavoro a trasferirsi a Lecco dove inizia una carriera di pugile che durerà fino al 1930 quando decide di dedicarsi unicamente all’alpinismo. Muore all’età di 100 anni nella sua casa ai Piani Resinelli ai piedi della Grignetta.
Le imprese di Cassin sono numerose ma una delle prime a far rumore nell’ambiente è la salita della Corna di Medale che compie il 12 agosto del 1931 con Mario dell’Oro detto Boga. Eugenio Pesci sulla Guida dei Monti d’Italia dedicata alle Grigne scrive “Certamente, benché inferiore tecnicamente a molte altre salite in roccia compiute nelle Grigne negli anni ’30, questa via deve essere considerata come una pietra miliare per la storia dell’alpinismo in Lombardia, con particolare riferimento all’apertura di itinerari su pareti di bassa quota o vicine ai centri abitati”.
Mary Varale riesce a trascinare in Grigna Emilio Comici che si dimostra prodigo di insegnamenti nei confronti dei lecchesi. Diverse sono le vie che vengono aperte in compagnia di Comici e la più famosa è senz’altro quella che sale lungo la parete nord dello Zuccone Campelli.

Per Riccardo Cassin però le Grigne rappresentano unicamente il terreno d’allenamento e ben presto inizia a tracciare nuovi itinerari anche in Dolomiti. La Torre Trieste e la Piccolissima di Lavaredo sono solo alcuni esempi di tracciati logicissimi che oggi sono diventate delle classiche che non possono mancare nei curriculum degli alpinisti.
Dal 28 al 30 agosto del 1935 Cassin aprirà in compagnia di Vittorio Ratti uno straordinario itinerario lungo la parete nord della Cima Ovest di Lavaredo. Grandi alpinisti (tra cui lo stesso Emilio Comici) avevano già tentato di vincere la parete ma tutti si erano arrestati all’inizio di un lunghissimo traverso verso sinistra di oltre 90 metri. Cassin e Ratti non si arrendono e alla fine hanno la meglio. Al rientro a Lecco gli alpinisti saranno festeggiati a gran voce da tutta la città.
L’affiatamento con Vittorio Ratti è notevole e in compagnia di Gino Esposito Cassin dedica le sue attenzioni alla parete nord-est del Pizzo Badile che da tempo viene bersagliata di tentativi. Alla capanna Sciora, dove gli alpinisti si appoggiano in attesa del bel tempo, sono presenti anche due alpinisti comaschi: Mario Molteni e Giuseppe Valsecchi. Nonostante in rifugio aleggi uno spirito di condivisione alla prima finestra di bel tempo Molteni e Valsecchi partono senza avvisare i lecchesi per l’attacco. Cassin e compagni attaccano a loro volta la parete lungo un itinerario differente. Dopo una giornata d’arrampicata i comaschi chiederanno ai lecchesi la possibilità di formare un’unica cordata. Cassin all’inizio è titubante ma poi accetta. Il maltempo però si scatena e porta gli alpinisti allo stremo delle forze. Molteni e Valsecchi moriranno durante la discesa sul versante Italiano. Per Cassin e compagni è la prima volta che la gioia di una vittoria si mischia al dolore della perdita dei compagni di cordata.
E’ una cartolina di Vittorio Varale a catturare le attenzioni di Cassin verso lo sperone Walker alle Grandes Jorasses. Con Esposito e Tizzoni Cassin parte all’attacco della parete completamente ignaro della severità dell’ambiente e delle difficoltà d’affrontare. Durante il primo bivacco i tre scoprono Gervasutti ed Ottoz avvicinarsi all’attacco. Esposito per scoraggiare i due ad attaccare la parete fa precipitare dei massi; Gervasutti capisce che in parete c’è già una cordata e rinuncia ad attaccare la via.
Sicuramente la Ovest di Lavaredo, la Nord Est del Badile e lo sperone Walker rappresentano per Cassin le tre salite più importarti. Tre salite caratterizzate da una forza di volontà decisamente sopra la norma.
Negli anni seguenti le imprese di Cassin sono per lo più all’estero. Nel 1953 effettua un sopralluogo al K2 con Ardito Desio, ma questi capisce che in caso di successo l’alpinista avrebbe avuto più risalto sullo scienziato e decide attraverso una manipolazione di referti medici di escluderlo dalla spedizione.
Nel 1957 Cassin guida la spedizione al Gasherbrum IV e nel 61 quella alla sud del McKinley. In quest’ultima avventura tutti i membri della spedizione raggiungono la vetta.
Nel 1973 è la volta della parete sud del Lhotse ma le condizioni meteo proibitive e una valanga che distrugge il campo base segnano il fallimento. E’ il primo insuccesso di Cassin che al rientro in Italia abbandonerà l’alpinismo estremo.
Paragonare i due alpinisti è cosa assai difficile. Sicuramente le capacità arrampicatorie di Comici erano assai superiori a quelle di Cassin e di tutti gli altri alpinisti di quegli anni. Comici è stato senza dubbio il precursore dell’arrampicata libera! Cassin pur essendo un alpinista decisamente al di sopra della media non può essere ricordato certamente per la sua tecnica ma bensì per la sua decisione unita alla forte motivazione che contribuiscono a renderlo l’uomo che vince qualsiasi parete.

giovedì 3 novembre 2011

REINHARD KARL

Tra le letture mi ritrovo ancora Karl tra le mani. Ogni sua parola è spunto di crescita!
Grande Uomo!

Ho lasciato dietro di me la
solitudine alla macchina per scrivere.
Ascoltando dentro di me, spesso
non ho sentito altro che il
silenzio dei monti.
Di nuovo è giunta per me l'ora di
abbandonare le pianure della civiltà.
Di nuovo sono irrequieto.
Mi sono reso conto di quante ore dure
io abbia dovuto passare in montagna solo
rileggendo le mie righe.
Tuttavia sono arrivato più lontano seguendo
il lungo giro per i monti, che non seguendo
le vie del piano.
Intuisco che l'alpinismo di prestazione sportiva
possa essere anche solo una tappa della vita.
Forse l'ultimo scalino prima di diventare davvero adulti.
Ma i monti mi hanno dato molto.
Forse la lotta con la montagna è paragonabile alla salita.
Rimane impressa nella coscienza perché è così faticosa.
La felicità è paragonabile alla discesa.
Si scende facilmente e in fretta si dimentica.
Non importa quale montagna si salga:
lassù si guarderà sempre piu lontano.
Non so cosa si cerchi lassù.
La verità è casi complicata che nessuno la capisce.
In realtà la montagna è solo una meta nominale:
quello che conta, sono le ore, i minuti, i secondi,
e come si vivono.
Ora i miei problemi non saranno più
gli otto mila metri o l'VIII grado.
Il mio problema sarà ora l'arte
di salire una montagna.

mercoledì 20 luglio 2011

PREVISIONI DEL FUTURO... secondo Antonio Berti

Nel frugare tra i miei libretti mi sono imbattuto in questa paginetta scritta dal Prof Antonio Berti... nel 1956... e sono rimasto senza parole!

Che ci resta da attendere dalla storia futura?

Quando nel 1925 la guida Solleder salì la Civetta da NO e creò il sesto grado, qualcuno ha affermato, dicemmo, che il limite estremo era ormai stato raggiunto, e che non si poteva procedere oltre che in modo insensibile. Eppure abbiamo assistito ad imprese progressivamente più ardue. E ne vedremo, a breve scadenza, di più ardue, di più spinte ancora.
Ma è l’arrampicamento sportivo, l’acrobatismo, quello che è destinato ad ulteriore progresso, non è l’alpinismo.
L’alpinismo, classicamente, genuinamente inteso, ha il suo limite là dove il monte non viene intaccato, non viene alterato dai chiodi (chiodi per sicurezza esclusi). Quel limite è stato raggiunto da Piaz, da Fehrmann, da Preuss: 1906-1913. Oggi si è giunti molto più su. Hanno fatto ultimamente grande impressione nelle Dolomiti orientali le scalate di Livanos e Gabriel sulla Su Alto e sul Cival; alla Scotoni, al Tae, al Diedro del Rondoi degli Scoiattoli di Cortina: Lacedelli, Ghedina, Lorenzi, Franceschi, Michielli, zardini, Bellodis…
Ma all’arrampicamento con mezzi artificiali può essere posto un limite? Sono state fatte di recente scalate con 50, 100, 150 chiodi e oltre; una croda nelle Dolomiti Orientali è stata intaccata col trapano; un’altra (parete S della Winkler) è stata vinta con un pezzo di legno e una robusta mannaia; si è pensato seriamente ad una perforatrice a mano per la Roda di Vael (fortunatamente non abbiamo ancora veduta sulle Dolomiti quella stanga di 6 metri con cui il giapponese Maki si valse per vincere la sua cresta dell’Eiger!); quali altri strumenti verranno ancora inventati? Si sorpassano, con gioco di chiodi, corde e carrucole, tetti di 6-7 e più metri… Vi potrà mai essere un freno? Chi potrà porlo? Chi vorrà sopportarlo? Può sentirsi sicuro lo spaventoso strapiombo Nord della Cima Ovest che un giorno, con una caterva di mezzi meccanici, non si penserà e arriverà a superarlo?
Si sentono sicuri, di fronte a qualche scalatore moderno, il Campanile di San Marco di Venezia e lo strapiombo SE della Torre Pendente di Pisa?
L’avvenire sta dunque nelle parole di Piaz “Nell’ottobre del 1913 scendeva con Preuss nella fosse di Aussee anche la sua fulgente teoria, e il chiodatorismo, iniziato da Fiechtl, poté svilupparsi indisturbato fino allo stadio moderno, che con l’alpinismo ha perduto qualsiasi affinità. Non rimane più alcun dubbio che, camminando di questo passo progressivamente, la parola impossibile scomparirà dal vocabolario dei rocciatori”.
Ma se i rocciatori degli anni venturi sapranno affrontare le crode, oltre che con tutto il bagaglio del loro ferrame e cordame, anche e soprattutto con l’intelletto ed il cuore, e col sacro rispetto alla maestà della Montagna ed alla propria vita, ben venga anche il progresso futuro.
Valga tuttavia l’augurio, che di fianco ai proseliti di questi estremi sviluppi dell’arte rimanga una forte, fortissima schiera, che continui a trovare attrattive, soddisfazione, gioia, anche nei gradi medi e inferiori di questa scala che continua sempre più ad ascendere, una fortissima schiera fedele ai principi degli spiriti più illuminati della storia alpinistica, quelli che avrebbero amato che i monti fossero sempre rimasti intatti dai chiodi, puri come ci sono stati donati da Dio.
Perché ciò che sopra ogni cosa ci è caro cercare là in alto, non è l’orgoglio e la gloria, ma la bellezza e la gioia.
“Voci acclamanti risuonino dalle vette dei monti!”.

Antonio Berti
Padova, autunno 1956