domenica 29 luglio 2012

SOLO

Mi perdo con lo sguardo all’orizzonte. Non conosco nemmeno il nome del monte che ho di fronte ma “senza chiedere permesso” e soprattutto senza rendermene conto mi isolo su questa piccola vetta da due metri quadrati perdendomi nel mio infinito.

Alla mia destra una vecchia sosta a chiodi con un groviglio di cordini di dubbia tenuta. Alla mia sinistra una nuova sosta a fix. Due epoche a confronto e io seduto nel mezzo a cavalcarle. I miei compagni sono 50 metri sotto di me, alla base della parete. Dovrei raggiungerli quanto prima ma con un po’ di presunzione rubo il loro tempo e me ne approprio.

Abbiamo salito una nuova linea. Nuova per noi quantomeno. Ieri dalla Cavalcata del Tricorno il Pilati ha adocchiato una fessura, un camino, uno spigolo, un’avventura. Oggi, dopo aver risalito il ripido vajo abbiamo giocato con la roccia e la sua intimità.

La via è breve ma tutti noi abbiamo potuto metterci in gioco con un terreno dove le certezze non esistono. Dove un passo ne segue un altro con una tranquillità che insegna a respirare.

Gradi, difficoltà e tutte le altre puttanate ora non m’interessano. Tra qualche giorno scriverò una relazione, Diego farà certamente un disegno. Forse un giorno verrà anche ripetuta ma nessuno potrà mai appropriarsi o comprendere le emozioni che questa giornata ci sta regalando. La salita è stata condivisa. Insieme, tutti e tre, abbiamo arrampicato. Cosa si può chiedere di più?

Chi beve birra con me sa che l’ammirazione che ho verso Ettore Castiglioni è qualcosa di anormale, per certi versi maniacale… e in questo momento non posso che non pensare a lui e all’incidente che lo costrinse a trascorre da solo diverse ore sull’altopiano delle Mesules. Per lui fu una gioia; un dialogo infinito con la montagna. Altri tempi. Altri giorni grandi.

Ora è tardi e devo scendere. Sono contento e nulla in più posso chiedere a questa giornata. I miei amici continuano a sorridere e a scherzare come due fratelli. Insieme ridiamo fino a tarda sera. Insieme, seduti ad un tavolino con la tovaglietta rossa, progettiamo il nostro futuro.


martedì 24 luglio 2012

FRECCIAROSSA 9610

FRECCIAROSSA 9610

Lentamente sui chiodi a pressione della via Cismon ’85 alla Cima Campiglio

Frecciarossa 9610. Ore 6.50. Bang on time direbbero gli inglesi. Il treno viaggia con una precisione assoluta. Il mio occhio cade sul monitor del corridoio dove Trenitalia, con un po’ d’orgoglio, informa silenziosamente i viaggiatori che il convoglio sta viaggiando a 300 Km orari. Stratosferico penso tra me e me. Velocità mai raggiunta prima. Milano-Roma in poche ore; meno di quelle che richiederebbe un viaggio in aereo.

E’ mattina presto e le poche ore di sonno della scorsa notte s’impadroniscono di me con molta facilità. Mentre sto per chiudere anche la seconda palpebra, un sorriso mi si stampa sulle labbra e la mente mi riporta alla domenica precedente e alle ore che ho trascorso immobile attaccato alla parete.

Lo spazio dell’arrampicata: un posto dove l’unica velocità costante è quella della lancetta dell’orologio che segna i secondi. Secondi che diventano minuti. Minuti che diventano ore.

Non so che ora sia e non ho voglia di scoprirlo. So solo che sta piovendo a dirotto da diverso tempo e che Paolo è intento a giocare con la telecamera cercando di registrare emozioni. Io sento freddo alle mani e con forza sempre maggiore… quasi a sperare di aumentare la circolazione del sangue… tengo strette le mezze corde che mi legano ad Ermanno. Ermanno è un tipo forte. Uno che non ha paura del meteo. Uno che non ha paura delle lancette. Una volta ha passato 72 ore immobile attaccato ad una parete che la mia mente ha spesso sognato.

La sveglia è suonata alle 4 e tutta la notte ha piovuto a dirotto. Dopo aver indossato i calzini, sono quasi sicuro che ben presto ritornerò sotto le coperte perché sono certo che né Ermanno né Paolo vorranno salire al Rifugio Brentei con questo meteo.

Mi sbaglio di grosso e ben presto inizia il breve viaggio verso Vallesinella.

Ultimamente gioco con le staffe. Il mondo capovolto mi piace e non so dire il perché. Qui tutto funziona in maniera strana. Non so che cosa effettivamente mi piaccia di questo lavoro di carpenteria. So che ogni salita è una festa. So che ogni volta che infilo il piede nella staffa sono felice. Condividere la felicità di una salita con i miei compagni di cordata è tutto quello che chiedo alla montagna. Con Paolo e Luca abbiamo recentemente ripetuto la via Istantes al Monte Cimo. Le protezioni sono buone ma nonostante tutto il libro di via vanta poche firme quasi a testimoniare l’assoluto disinteresse verso questa disciplina. Il giorno dopo la ripetizione Ermanno al telefono mi rimprovera di non averlo invitato e così è lui a lanciare il dado per il weekend successivo.

La via che stiamo salendo è impegnativa. I chiodi a pressione sono artigianali e costruiti dall’apritore durante gli anni di servizio nell’aereonautica. Umberto Marampon impiegò ben 4 giorni per salire e chiodare, rigorosamente a mano, queste cinque lunghezze di corda. Cinque lunghezze che fanno passare la voglia di ripetere Vertigine al Monte Brento. Cinque lunghezze per ricordarci che il tempo scorre sempre uguale e che l’uomo deve viverlo al meglio. Cinque lunghezze che sfidano il vuoto per ricordarci che l’alpinismo ha diverse facce e che ognuno di noi sceglie quella che preferisce. Cinque lunghezze impegnative che ci insegnano che in montagna, come nella vita, tutte le difficoltà vanno affrontate con decisione.

Il silenzio che circonda la valle viene rotto dall’urlo gioioso del mio compagno che finalmente ha raggiunto la sosta. Mollo le corde e con velocità ne facilito il recupero ad Ermanno. Paolo sale davanti a me e in breve siamo sotto il grande tetto di nove metri. I chiodi sono distanti e qui inizia la nostra acrobazia. Lentamente, a volte dondolando, a volte mettendoci orizzontali e paralleli alla parete progrediamo. Nella mia mente non c’è nulla. Non un pensiero, non una preoccupazione. C’è solo il mio animo felice. Raggiungo la fine del tetto e un sospiro esce dalla mia bocca. Sotto di me non c’è nulla. Il vuoto totale. Le nebbie che per ore ci hanno protetto lentamente si alzano. La pioggia smette di cadere e il rifugio Brentei che ancora custodisce l’anima del grande Bruno Detassis ci saluta. La valle è completamente deserta e solo un paio di escursionisti armati di mantella rossa ci notano e ci guardano incuriositi. Ora la parete strapiomba ancora ma il tratto più impegnativo è superato. Le due lunghezze che ci separano dal sentiero delle bocchette ci richiedono ancora parecchio tempo, ma non ha importanza. Il Crozzon di Brenta fa il suo ingresso e sorride al pensiero che esista ancora qualche pazzo interessato a correr dietro ad una fila di chiodi. Noi lo salutiamo con un inchino.

Scendiamo a Vallesinella abbastanza in fretta. Una tappa al Rifugio Casinei per porre fine a una sete tremenda.

Lasciamo Ermanno alla sua piccola casa sperduta nel bosco di Massimeno e salutiamo i caprioli e le caprette che quotidianamente si prendono cura di lui. Il viaggio verso Bergamo prosegue lentamente e senza intoppi. Domani sarà un altro giorno. Domani sarà un’altra avventura.

sabato 21 luglio 2012

DI CHI FU LA PRIMA TRAVERSATA SCIALPINISTICA DELLE ALPI

Venerdì un amico, conscio della mia piccola biblioteca, mi chiede di far luce su chi effettivamente ha effettuato la prima traversate in sci delle Alpi. Bruno Detassis o Walter Bonatti?

RESOCONTO BRUNO DETASSIS:

La sera del 19 maggio 1956 Bruno e Catullo Detassis, Alberto Righini, Fortunato Donini e Giulio Dellagiacoma piantarono le tende al Col di Nava, sul confine tra Piemonte e Liguria, scesero in auto sulla spiaggi di Alassio e fecero un bagno in mare. Avevano appena portato a termine un formidabile raid bianco di 1700 chilometri attraverso la catena alpina, superano 136.000 metri di dislivello e realizzando, insieme ad un secondo gruppo che comprendeva Walter Bonatti, Luigi Demettis, Alfredo Guy e Lorenzo Longo la traversata scialpinistica delle Alpi.
[…]
L’idea di una travesata integrale delle alpi sulla scia di Hautes Routes di Marcel Kurz e di Sepp Brunhuber, maturò però a Campiglio solo nel 1955. Il progetto iniziale fu elaborato in quell’anno dal milanese alberto righini, che ne fece subito partecipi Catullo, Bruno e Walter Bonatti, reduce dal K2, che in quel periodo si trovava a Campiglio, ospite di Bruno, per prepararsi agli esami da maestro di sci. La traversata secondo gli accordi, avrebbe dovuto svolgersi nell’inverno successivo con finalità puramente sportive. Si chiese quindi aiuto al cai di monza che, inizialmente interessato, scelse però di ritirarsi dall’organizzazione. In quel momento d’incertezza, righini confermò a Bonatti l’intenzione di effettuare il raid e insistette sulla necessità di collaborazione reciproca. Per tutta risposta il 22 febbraio del 56, con una lettera all’amico righini, Bonatti ruppe di sua iniziativa gli accordi verbali intercorsi sino ad allora e annunciò che egli da quel momento sarebbe stato libero di agire come avrebbe meglio ritenuto. Pochi giorni dopo, walter bonatti annunciò alla stampa che avrebbe tentato la traversata della catena alpina con il patrocinio dello sci club di bardonecchia.
[…]
La sera del 10 marzo una telefonata da tarvisio informò i quotidiani milanesi dell’arrivo di Bonatti. Ma all’ufficio di frontiera i giornalisti poterono solo appurare che “si erano presentati tre alpinisti che dovevano sconfinare in qualche punto in territorio austriaco e poi in quello svizzero”. Il giorno dopo tutto fu chiarito. Al posto di Bonatti e compagni, erano giunti in sordina Alberto Righini, Catullo e Bruno Detassis. Silenziosamente avevano calzato gli sci, avviandosi in direzione del Passo di Pramollo. Il raid bianco era iniziato così senza l’annunciato clamore pubblicitario, ma la tenzone ingaggiata dal terzatto detassis-righini aveva dato nuovo fiato alla stampa, che aveva subito annusato odor di polemica. Qualche titolo dei giornali di allora ce lo conferma: “La solenne cerchia alpina non ama troppo la pubblicità” (la voce dello sport), “Di chi è la prima idea del raid bianco sulle alpi” (corriere d’informazione) e così via.
Saputo della partenza bruciante dei tre, Bonatti non perse tempo. Insieme a Dematteis, Longo e Guy, il grande scalatore partì da tarvisio alle ore 4.30 del 16 marzo diretto a ovest.
[…]
Iniziò così una entusiasmante contesa sportiva sui monti, come la definì subito u quotidiano. Bruno, Catullo e Alberto Righini davanti, Bonatti e gli altri inseguitori dietro, con sei giorni di svantaggio. Il terzetto di Bruno era seguito da Giulio Dallagiacoma e Fortunato Donini, che avrebbe assicurato i rifornimenti lungo la via risalendo le valli con l’automobile.
[…]
L’inseguimento ebbe termine al rifugio Maria Luisa in val Formazza, dove la pattuglia Detassis aveva dovuto fermarsi per maltempo. All’interno del rifugio, i due gruppi firmarono un accordo per completare congiuntamente la traversata, dal colle del teodulo al col di nava, pur mantenendo l’indipendenza organizzativa. Le due comitive macinarono così molti altri chilometri
[…]
Il 18 maggio fu una giornata memorabile per tutti. Nel tardo pomeriggio, Bruno, sganciò per l’ultima volta gli scarponi dagli sci. Era giunto sui prati verdi del Col di Nava a 930 metri di quota. Il giorno dopo, all’Alpe Monesi, i sette uomini furono festeggiati dai dirigenti del Cai e della Fisi.
[…]
Dopo la firma dell’accordo fra i due gruppi, anche la polemica sui giornali si sgonfiò. Ma Bonatti, nel suo resoconto dell’impresa, non fece cenno né della vicenda né di Bruno, Catullo e Alberto Righini.

RESOCONTO WALTER BONATTI:

[…]
L’idea di compiere la prima traversata sci-alpinistica delle alpi (riconosciuta ufficialmente tale dalla fisi), non nacque in modo tanto differente da qualsiasi altra di ogni giorno: per caso, nell’agosto del 1955, scambiando quattro chiacchiere di montagna con un occasionale conoscente, un certo Federico Rossi che purtroppo abbandonerà la partita ancora all’inizio della fase organizzativa.
[…]
Il grande itinerario, fatto studiare appositamente dal dottor silvio saglio del touring club italiao e quindi tracciato di massima dallo stesso, non doveva aver affatto la pretesa di creare vie nuove, bensì quella di percorrere i più classici itinerari sci-alpinistici già esistenti, collegandoli tra loro in un unico tracciato che nella realtà doveva rivelarsi di quasi duemila chilometri di lunghezza.
[…]
La partenza fu così stabilita per il 14 marzo dello stesso anno 1956: dal Monte Canin, ultima porzione di alpi giulie italiane, al Colle di Nava nelle alpi marittime.
[…]
E finalmente il 18 maggio, il Colle di Nava ormai fiorito dalla profumata primavera. Con veloci e capricciose emozioni, i nostri sci guizzano per l’ultima volta sulle belle nevi di Monesi, ormai in vista del mar ligure, e l’orma di ogni curva sembra voler significare un’ideale parentesi che chiude dietro di se la grande avventura. La traversata sci-alpinistica delle alpi è terminata, il mio fantastico polo è raggiunto.
Nel futuro indubbiamente si potranno fare infinite modifiche nei dettagli per rendere questa traversata più o meno ardita o sicura; rimane però la realtà affascinante dell’impresa, coerente in tutte le sue finalità. A noi la soddisfazione di averla compiuta per primi, agli altri la certezza di poterla ripetere. Difficilmente potranno trovare condizioni peggiori.

martedì 5 giugno 2012

I CENTO ANNI DEL CAI DI REGGIO

E' il vuoto della casa ad amplificare il rumore di questa fitta pioggia che incessantemente batte sul tetto di questa casa vuota. In giro non c'è neanche il solito vecchio che dalla panchina del parco guarda impaziente la luna comparire all'orizzonte.
Tra le mani questa sera c'è Lamberto Camurri che racconta il suo nuovo mattino mediante le pagine un po’ ingiallite di un libro stampato in bianco e nero. Si racconta di salite ghiaccio e di misto, si racconta dell’erba della Valle del Sarca e della sabbia della Pietra di Bismantova.
Bismantova, quelle pareti che dal nulla salgono verso il cielo; Bismantova, quell’insieme di versanti che portano su di un pianoro dove non esiste vetta, dove non esiste lotta; Bismantova, quel luogo d’incontro spirituale che compare improvvisamente davanti agli occhi di ogni alpinista poco prima di entrare in Castelnovo.
Ed è su queste pareti che ultimamente gioco con le staffe. Diego da un po’ di tempo non fa altro che parlarmi uno spigoletto su cui andare a mettere le mani. Decido di seguirlo con la certezza che le emozioni che circoleranno saranno altissime.
E’ martedì e a parte il vecchio frate che di buona mattina ha celebrato la messa non c’è in giro nessuno. Persino i muratori che si stanno prendendo cura del vecchio rifugio Krunz questa mattina si sono svegliati tardi.
Raggiungiamo l’attacco senza perdere molto tempo consapevoli del fatto che quella manciata di metri strapiombanti ci avrebbe impegnato per un bel po’.
La base della parete ha un’aria diversa, oggi è tutto deserto mentre ieri sera gli schiamazzi dei falesisti si sentivano sin dal parcheggio del buon Tamburini che anche per questa settimana si prenderà di cura di noi viziandoci con abbondanti cene.
La fessura iniziale si presenta con erba, roccia instabile e chiodi marci, così in attesa di una (nostra?) ripulita decidiamo di raggiungere i primi chiodi a pressione mediante la variante Graziellina. Qui il vento ci abbraccia. Oramai la parete inizia a strapiombare e quei chiodini piantati tanti anni fa da Ginetto Montipò e Renzo Quagliotto c’invitano a proseguire con la promessa che il sole non ci avrebbe abbrustolito nonostante la data sia più adatta a una salita in quota.
L’elicottero all’improvviso fa il suo ingresso. L’aria ci viene spazzata addosso violentemente e un gruppo di ometti rossi si allena, sulla vicina Pincelli Brianti, a salvare la vita a qualcuno.
Lo spigolo arrotondato sale verso il cielo e Diego inizia una vera e propria lotta per guadagnare metro dopo metro la sommità. Parte dei chiodi a pressione, un tempo piantati con dovizia geometrica, sono stati brutalmente distrutti (chissà con quale diritto) a colpi di martellate da qualcuno che un bel giorno decise di imporre una libera altissima. La violenza è stata notevole visto le ferite che questa roccia ancora conserva e che per anni ha tenuto lontano gli amanti del vuoto come noi.
Progredire è sempre più faticoso e siamo costretti ad aggiungere qualche protezione oltre che costruirci con un ramo e un cliff una piccola prolunga.
Il tempo passa velocemente e tra un recupero e l’altro resto incuriosito da un piccolo uomo che dalla base del Pilone continua a perdere lo sguardo nel nostro infinito. Il tempo per fantasticare non manca e oltre a sognare le vertiginose pareti delle dolomiti continuo a chiedermi chi possa essere interessato a seguire due carpentieri come noi.
Il successivo tiro d’artificiale c’impegna non meno del precedente ma quantomeno la sosta consente di riscoprire il piacere di stare con i piedi appoggiati.
Alla sommità mancano una trentina di metri che non si dimostrano per niente banali e le ore che sono trascorse in questo breve viaggio oramai non si contano più. Mentre mi appresto a recuperare gli ultimi rinvii Diego mi racconta di un uomo che è venuto a complimentarsi con noi. Col solo sguardo carico di gioia mi fa capire che la nostra ripetizione non è sfuggita al custode di questo capitolo di storia. Ginetto Montipò ci cattura, c’intrappola nel suo universo. Ci fa scoprire la Ovest della Pietra e le sue linee di salita. Il tempo che ci separa dalla birra di fine giornata è breve e qui quest’uomo ci svela la sua semplicità. Il più grande ricordo di questa giornata.

martedì 1 maggio 2012

ERNESTO LOMASTI

Ancora una volta mi scontro con questo grande uomo che non c'è più...


"Perché vengo a rischiare così facilmente la mia vita, quando potrei starmene tranquillamente a casa?
Lo stesso istinto che mi spinge a sfidare la morte per amare la vita, a cercare il freddo per amare il caldo, a stare da solo per amare la compagnia, a sopportare la fatica per amare il riposo, a salire una cima per il suo versante più difficile per amare il più facile..."
Ernesto Lomasti

mercoledì 15 febbraio 2012

ANDREA GOBETTI

Sto leggendo "l'uomo che scala" di Andrea Gobetti e credo che questi due brevi pezzi che riporto meritino attenzione. Il primo è un dialogo tra Gobetti e Manolo. Il secondo invece è una bella riflessione sulle difficoltà d'arrampicata. Forse Gobetti ci vuole riportare (fors'anche solo con la mente) ad un alpinismo romantico che via via ha lasciato il posto all'arrampicata sportiva fatta unicamente di gradi, allenamento e rivalità tra le persone.

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Manolo fa un sorriso strano, di quelli che i bambini fanno da grandi quando proprio non ce la fanno a capire un loro gioco.
- Mi spiace, Andrea, che tu non ti alleni, ti farei capire, vorrei portarti su vie più belle, su “Danza immobile” o su “Velluto grigio”, ma non ce la faresti a salire, non ti divertiresti niente, dovresti allenarti.
Rispondo automaticamente: - Non ho mai sopportato l’allenamento e poco quelli che lo fanno, tu sei un’eccezione, caro, perché eravamo ubriaconi insieme - . Detto questo, continuo in tono tollerante e filosofico: - Mi sembra che chi si allena lo faccia per essere il più bravo, e finisce per gettar via il piacere dell’assoluto per le ansie del relativo. E’ cominciato con l’allenamento e ora ci sono le gare, eravamo artisti e diventeremo tifosi.
- Tante teste tante idee, - sorride Gatto Manolo accovacciandosi nell’imbracatura. – Anche a me Bardonecchia ha fatto effetto. M’ha dato fastidio che ognuno avesse il diritto di giudicare, anche chi non aveva mai arrampicato.


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Io amavo arrampicare e quando il V°+ era la porta dell’empireo ne ero soddisfatto.
C’era una lurida vanità, non lo nego, ma nei dintorni del quinto allignano dei fenomeni di fluidità, di stato di grazia con estasi sensoriali, di soddisfazione nel riconoscimento del proprio valore che allo sperimentatore delle umane possibilità possono offrire gioia e sicurezza nonché un vasto e misterioso, quanto piacevole, campo di scoperte.
Quando la frontiera della difficoltà massima si allontanò dal quinto grado pochi rimasero fedeli al paese delle delizie e inseguendola su per la scala ‘aperta’ trovarono le frustrazioni del progresso, le corse stressanti dietro un obiettivo irraggiungibile se non per illusione, da cui Willo Welzenbach l’aveva preservata.

venerdì 6 gennaio 2012

LINEE E CHIODI


Erano gialle e terribilmente scomode da usare. O forse eravamo noi, terribilmente convinti di saperle usare.
Gialle vive, con delle bordature fucsia e un odore di Yosemite che giungeva al nostro palato quasi ad istigare un sogno che forse in un futuro si sarebbe realizzato.
Non so come Livio si era procurato quel simpatico paio di staffe. So per certo che noi le avevamo guardate con occhi spalancati quando Eugenio (il fratello di Livio) le regalava ad Alfio. La vacanza natalizia ci aveva portato nell’Appennino Emiliano e la simpatica guida del Righetti era riuscita a convincerci che avevamo le capacità per giocare sui chiodi a pressione di Bismantova. Alfio ci prestò le staffe con la sua solita generosità che lo contraddistingue. Noi eravamo dei giovani Sassi vogliosi di scoprire l’immensità di quella Pietra che rappresenta forse l’unico punto di arrampicata dell’Alpe di Succiso.
La Donato Zeni con il suo passo del serpente, i suoi chiodi a pressione, l’immenso becco della sfinge e soprattutto la sua chiodatura originaria ci aveva catturato ancora prima di giungere al cospetto dell’Eremo che a ridosso di quelle pareti di Arenaria osserva numerosi alpinisti sognare.
Era la vigilia di Natale e la nostra voglia di giocare con quelle staffe era altissima. Non avevamo mai provato sino ad allora ma non so per quale motivo, eravamo sicuri di poterle domare. Arrivammo velocemente al passo del Serpente, un simpatico cunicolo che consente di guadagnare una piccola trincea situata a metà parete e quasi impossibile da individuare dai sentieri sottostanti. Qui notammo sulla sinistra dei vecchi spit con annodati diversi cordini e un vecchio rinvio penzolante. Il sorriso fu la prima cosa che notai sulla faccia di Luca. Quel simpatico oggetto abbandonato da chissà chi… e soprattutto da chissà quanto tempo doveva essere assolutamente nostro. Partii armato di staffe e ci saltai sopra testando il vecchio ancoraggio. Raggiunsi facilmente il rinvio e lo sventolai in faccia al mio compagno con la felicità che prova un bambino a scartare il suo primo regalo di compleanno. Continuai a salire sulla staffa, un gradino dopo l’altro, provando non poche difficoltà di equilibrio. Il mio peso unito alla verticalità della parete mi rendeva instabile. Ben presto capii che la protezione successiva era impossibile da raggiungere e lasciai tentare al mio compagno che osservava la scena con un’aria divertita.
Luca si arenò nel mio stesso identico punto e riponendo nuovamente in loco il fatidico rinvio ci calammo alla sottostante sosta e raggiungemmo per la prima volta la sommità della Pietra mediante la classicissima Zuffa-Ruggero.
Le staffe tornarono ben presto ad Alfio ma la voglia di sfidare il magico mondo strapiombante aumentava di giorno in giorno soprattutto leggendo le pagine di storia della Valle del Sarca.
Tornai altre volte a Bismantova ma sulla Donato Zeni non dedicai altro tempo.
E’ stato lo scorso settembre, in occasione di un corso di roccia che le lancette dell’orologio iniziarono a girare all’incontrario. Il sapore di quella via stava tornando vivo. Marco, Stefano e Thomas si fidarono (forse un po’ troppo) della mia voglia di riporre i nuovamente i miei polpastrelli su quella linea di salita e accettarono l’invito anche in funzione del fatto che erano incuriositi delle mie staffe attaccate all’imbraco.
Era il 17 settembre del 2011 e il passo del Serpente incise su di loro lo stesso sorriso che avevo avuto io quella vigilia di Natale.
Il rinvio aveva atteso ben 5 anni il mio ritorno e proprio mentre l’osservavo incuriosito un ragazzo impegnato sulla Zuffa mi chiese se ero intenzionato a salire la Donato Zeni ricordardomi che il tiro in artificiale si trovava al di là dello spigoletto di destra e che il rinvio era il segno tangibile di una ritirata da una variante di 6b.
Salii quei chiodi a pressione intervallati da fix mentre intorno a noi si sollevava leggermente il vento. Sostai proprio sotto il tetto della Sfinge e mentre i miei compagni di avventura salivano guardavo l’impressionante variante di A2 che sfida la gravità.
Guadagnammo la vetta mediante la via originale e la giornata proseguì tra le chiacchiere degli amici.
Il tempo passa e le persone, oltre ad invecchiare, crescono. I sogni mutano e la maturità consente di cambiare angolazione e scrutare con occhi diversi le cose. Un alpinismo da agonismo non m’interessa più. Dedico molta più importanza ai compagni di cordata anziché alle vie e in seguito ad un piccolo progetto mi ritrovo ad arrampicare alla Pietra con Paolo e Diego. Con loro nasce il desiderio di salire la Donato Zeni e di giocare con il vuoto del becco della sfinge. Diego è molto bravo con le staffe e ingolosito si lancia a capofitto nel vuoto. Con una velocità impressionante guadagna la vetta e subito dopo mi ritrovo a girare su me stesso nel vuoto catturando l’attenzione di qualche falesista della domenica. Paolo sorride e non perde occasione di immortalare le mie fatiche e… mentre m’appresto a guadagnare per l’ennesima volta quel pianoro sommitale tanto uguale ma sempre diverso, riesce a farmi sentire per l’ennesima volta felice.