martedì 17 aprile 2018

IL RESEGONE


MONTE RESEGONE, m. 187 (Prealpi Lecchesi)

Potrebbesi dire “Magno Resegone”: illustro lecchesi – Manzoni e Stoppani – lo hanno decantato all’universale, così che non è chi non lo sconosca attraverso i “Promessi Sposi” od il “Bel Paese”. Caro agli italiani, amico al cuore ambrosiano; è addirittura familiare ai lecchesi; che, a pena amino le belle prealpi, lo ascendono parecchie volte ogni anno. Gli onori immortali, scritti, e quelli modesti, camminati; davvero non si possono ascrivere solamente ad un fortissimo destino. Meriti, permettete, personali furono ad esso largiti regalmente da madre natura. Fisionomia magnificamente strana, riconoscibile, di colpo, da lungi; colorito pittorico sempre aggraziato da linee d’ombra, da fasce e da contesti, or verdi ed or bianchi; accessibilità varia: per boschi e per prati alle rocce vertiginose od ai dolci sentieri; ubicazione splendida d’isolamento con un bel lago ove specchiare la dentellatura il mattino, arrossimenti meravigliosi ad ogni sereno tramonto. Si può ritenere il Re delle Prealpi Lecchesi, nonostante i fratelli (Pizzi: Legnone e Tre Signori) e le sorelle (Grigne: Settentrionale e Meridionale) lo sorpassino in altezza. Alla sorellina (Grignetta) può invidiare le caratteristiche femminili: guglie, aghi, ricami, crestine; se bene esso pure, più modestamente, offre a coloro che lo studiano da vicino: crinali esili, taglienti; picchi sostenenti massi in eterno pericolo, fori ad arco, cavernette (diverse nel canale di Bobbio; una, nel Canalone Comera, con ingresso ad antro, denominata “Giulia”, perforante le propaggini della Punta Stoppani), con concrezioni calcari e stalattiti interessanti. Sono un poco del Resegone le Caverne Daina e la Grotta de’ Polacchi di Rotafuori (Valli-Imagna), esaltate nella serata ottava del “Bel Paese”.
Due nuove vie hanno segnato sul Resegone i Soci della Sez. di Lecco del CAI approfittando dei solchi che spartiscono dente da dente. Le vie iniziato nelle gengive dei caratteristici canini così che, oramai, ogni incavo, tra cucuzzolo e cucuzzolo, si può attingere dal versante lecchese: il più noto e più bello col suo aspetto alpinistico.

Sono vie di roccia, non difficili, richiedenti però una discreta pratica di arrampicate. Comitive numerose non sono consigliabili per ragioni ovvie di sicurezza, specialmente cadute di sassi, trattandosi di canali ripidi ed ingombri di detriti.
Il canale Cermenati (in ricordo del defunto presidente del CAI Sez. Lecco, il prof. Mario Cermenati, geologo, ex-deputato, ufficiale alpino di guerra) si stacca dal sentiero comune pochi passi prima del noto canalone Comera (quota 1420 ca), si innalza tra erbacce e sterpi e sassi mobili per entrare in una stretta fessura, a caminetto con brevi terrazzetti, che verticalmente accinge lo sbocco a ventaglio, erboso. Nei punti più difficili, chiodi e corde metalliche fisse. Segnalazione a C., in minio. Salitori i soci della Sez. di Lecco (Castelli C. Fioretta e Ravasi); il primo però (20 giugno 1915) il signor Eugenio Fasana (Sez. Milano C.A.A.I.); il quale, amichevolmente, ha rinunciato al battesimo.
Il canale Cazzaniga (in ricordo del defunto socio Cazzaginiga Giuseppe, ex-capitano degli alpini, decorato di guerra) lascia il canalone Comera (a quota 1500 ca) quando questi, con un giro ampio a destra, contorna la ripida base della Punta Stoppani. Il Canale Cazzaniga prosegue dritto, poggiando verso la Punta suddetta, con scabrosi sollevamenti in parete di poca consistenza; e sbocca, dopo un erto valloncello sabbioso, in parete verticale con buoni appigli e appoggi. Segnalazione a crocette, in minio; serve un chiodo di assicurazione, già infisso. Lo salirono i soci della Sez. di Lecco: Castagna A., Perego G. e Rigamonti (Pinin).
Come appare dalla fotografia, reverentemente è stato ricordato il sommo lecchese, Alessandro Manzoni, intitolando al Suo nome la punta che è situata tra la Stoppani ed il Dente: visibile da Lecco, più nettamente verso l’Adda.

domenica 1 aprile 2018

GLI SCALPELLINI


Gli scalpellini
di Andrea Andreotti

É molto triste, per non dire doloroso, vedere bistrattato l'alpinismo che si ama. Frasi come: “É una via da scalpellini”, “Roba da fabbri”. “E una via di valore, se levi tutti i chiodi e li vendi…”. “E’ una ferrata, una scala, una scalata pompieristica” sono ormai all'ordine del giorno nel mondo alpinistico. Non sono certo frasi elogiative, né invitano ad andare a ripetere quelle tali vie così drasticamente classificate.
Quelle frasi suonano come un anatema, come una scomunica che pone fuori dall'alpinismo “vero” gli apritori di quelle vie ed ancor di più coloro che vanno a ripeterle. Se infatti gli apritori sono degli scalpellini, coloro che vanno a ripeterle sono quei famosi “buoni a nulla” che salgono con le staffe persino sul III grado. Non solo. Gli apritori vengono chiamati scalpellini quando va bene, quando non sono accusati di essere dei terribili “assassini” che cinicamente “uccidono” l'alpinismo per il puro gusto di piantare chiodi facendo magari una fatica cane. Per non parlare poi di quelli ignobili “rubaproblemi” alle generazioni future, che sarebbero tutti coloro che aprono vie nuove usando quegli orripilanti chiodi a pressione. Ignobili perché invece di salire certe lavagne in arrampicata libera usano, poveretti!, i chiodi a pressione. Perché invece di “tornare a casa ad allenarsi meglio” capiscono subito che di lì o “si passa a pressione”, o non si passa.
“Meglio non passare” dicono i vecchi.

“Lasciamo il problema alle generazioni future” dicono i giovani a cui fa “sfizio” toccare i chiodi a pressione.
Come se le generazioni future, per chi sa mai quale dono divino, potessero riuscire a pussare senza chiodi od altri ausili tecnici, là dove oggi sono necessari, dico necessari, i chiodi a pressione. E questi accaniti fautori del classico bollano i loro fratelli alpinisti con il marchio infamante (o che loro credono tale) di “scalpellini”, solo perché aprono vie con molti chiodi o con chiodi a pressione.
Costoro forse non sanno che gli scalpellini, i fabbri, i manovali, fanno il loro lavoro su ordinazione, per questo lavoro vengono pagati e nell'eseguirlo non corrono alcun rischio, né dormono una notte, dico una, fuori da un comodo Ietto. Proprio come coloro che aprono le tanto discusse “vie ferrate”… Costoro al contrario sono degli artisti, scultori e poeti. Tra chi apre una nuova via per un profondo bisogno interiore ed in essa cerca di trasfondere tutta la sua forza, la sua morale, la sua concezione dell'alpinismo dando tutto se stesso senza nulla ottenere; fra costui, dico, ed uno scalpellino vi è una bella differenza. La stessa che vi è fra uno scalpellino ed uno scultore, fra uno scribacchino ed un poeta, i quali pur facendo lo stesso lavoro manuale producono cose completamente differenti: comuni e banali le une, ricche di un profondo contenuto spirituale ed estetico te altre.
Solo quando si sentiranno dialoghi di questo tipo, si potrà parlare di scalpellini:
— E’ lei...?
— In persona.
— Mi hanno detto che lei è il miglior chiodatore della zona.
— E il meno caro.
— Mi servirebbe una via.
— A pressione?
— Naturalmente.
— Dove la vuole?
— Sulla parere sud del Pagaben.
— Benissimo. Di che lunghezza?
— 200 metri.
— Una o due cordate?
— Meglio una. E la spesa?
— Facciamo subito. Dunque, 200 metri a 500 lire il metro, che è la tariffa minima, sono centomila lire. Poi ci sono i bivacchi.. tre dovrebbero bastare. A diecimila lire l'uno sono trentamila lire. I chiodi sono compresi nel prezzo. Ecco fatto. Con 130.000 lire, massimo 150 se ci sono imprevisti, lei avrà la sua bella via.
— Perbacco, davvero poco!
— Modestamente… E come la vuol chiamare?
— Col mio nome, naturalmente.
— Benissimo. Per il pagamento metà subito, e metà ad impresa compiuta.
Ecco. Quando gli alpinisti saranno ridotti a tal punto avranno ragione coloro che spregevolmente li chiamano “scalpellini” e “fabbri”. Ma fino a quando una nuova via nascerà come prepotente bisogno di un uomo che cerca di esprimere se stesso, l'alpinismo vivrà. E chi oserà chiamare scalpellini gli alpinisti rivelerà a tutti la sua meschinità. La meschinità di chi non capisce la differenza che c'è fra un fabbro ed uno scultore, fra uno scalpellino e Michelangelo.

venerdì 30 marzo 2018

ANGELO URSELLA


Nell’estate 2012 incontro, al termine di una conferenza, Sergio De Infanti (che con Angelo Ursella stava tentando la parete N dell’Eiger) e privatamente gli chiedo di raccontarmi qualcosa su Ursella che non avrei mai trovato in un
libro. De Infanti borbottò qualcosa di poco comprensibile e poi esclamò: Mi manca da morire!

Ursella aveva compiuto numerose salite solitarie per via del fatto che non riusciva a trovare compagni di cordata. Pubblicò persino un articolo sulla Rivista del CAI nel quale cercava soci. Arrampicò diverse volte con Samuele Scalet. Molto belle sono le parole che Ursella spende nel suo diario per descrivere l’amico.

Nella notte fra il 16 e il 17 luglio ’70, ferito gravemente dopo un volo di 30 m, dovuto al cedimento del terrazzino e dei chiodi di auto-assicurazione, moriva sulla parete N dell’Eiger, tra l’infuriare di una tremenda bufera, Angelo Ursella, una delle più fulgide speranze del nostro alpinismo.
Era a trenta metri dal nevaio sommitale: a questo punto era giunto dopo due soli giorni di arrampicata effettiva!
La sua attività, qualitativamente, era stata eccezionale.
Dopo breve tirocinio nelle palestre, inizia nella primavera del ’67 con la solitaria della Cassin alla Piccolissima di Lavaredo. Durante la discesa a corda doppia, lungo la stessa via, il primo incidente: un sasso lo colpisce alla testa ed egli arriva esausto e sanguinante al rifugio Auronzo; salvo per miracolo!
Uscito dall’ospedale, ricomincia con accanimento l’allenamento e, dopo la Preuss alla Piccolissima, sale a ferragosto lo Spigolo Giallo.
Nel ’68 a Pasqua, inizia con la Myriam e la diretta Franceschi alle Cinque Torri. In giugno sale e scende da solo lungo la Cassin alla Piccolissima ed effettua quindi la prima solitaria dello Spigolo degli Scoiattoli alla Ovest di Lavaredo, con un bivacco nella bufera, e riportando congelamenti di secondo grado alle mani. In luglio, con le mani ancora piagate, rifà li Spigolo Giallo. Poi è la volta della Hasse-Brandler alla Nord della Grande di Lavaredo. Segue la prima solitaria (e 3a. ascensione) della direttissima alla Punta Giovannina nelle Tofane per la via Ivano Dibona, in 5 ore.
Il ’69 inizia con la solitaria alla Myriam (Cinque Torri) e alla Maestri-Baldessari alla Roda di Vael, in 7 ore. Sempre da solo sale lo Spigolo N dell’Agner, pure in 7 ore.
Ecco poi il suo esordio nelle Occidentali: sale la via Cassin alla Punta Walker delle Grandes Jorasses.
A ferragosto sale la via Carlesso alla Torre di Valgrande, in Civetta, e nel ritorno un banale incidente sul sentiero gli procura una distorsione al ginocchio e un mese di penosa inattività.
Riprende con la Comici al Campanile II di Popera, con lo spigolo Demuth alla Cima Ovest di Lavaredo e con la S della Tofana di Rozes (via della Julia) ove traccia una più diretta e difficile variante. Conclude la stagione salendo da solo i 1600 m della N dell’Agner (via Iori) nello sbalorditivo tempo di 5 ore effettive.
La sua tecnica, in continua evoluzione, sta ormai per raggiungere la perfezione e così anche i tempi di arrampicata si riducono notevolmente.
Nel dicembre del ’69 esordisce nel meraviglioso e sbalorditivo regno delle invernali. Effettua due prime invernali sul Bila Pec (Alpi Carniche). Nella prima (un V grado), è costretto a un bivacco sulla cima, in mezzo alla bufera e nella seconda (una via in arrampicata artificiale) un chiodo che si sfila lo costringe a un volo fuori programma.
Nell’aprile ’70 è respinto, in un tentativo di vie nuove, dalla Terza Pala di S. Lucano. Dopo esser salito 900 m, a 400 m dalla cima placche lisce lo costringono alla ritirata: indispensabile la chiodatura a pressione: ma a questo patto preferisce rinunciare. Per ora non ne vuol sapere di chiodi a pressione. Li userà, forse, quando avrà fatto tutto ciò che è umanamente fattibile con i mezzi tradizionali.
Non si sentiva degno di usarli perché – diceva – prima uno deve fare tutto ciò che è possibile in arrampicata tradizionale. Ma, conoscendo la sua coerenza e la severità di giudizio nei suoi confronti, c’è veramente da credere che mai li avrebbe usati.
A fine maggio apre nelle Alpi Carniche tre nuove vie estreme; poi inizia la preparazione per l’Eiger, preparazione che si concretizza con sei vie nuove; con la Costantini alla parete del Pilastro di Rozes e con una nuova, meravigliosa via al Dain (Brenta).
Poi… l’Eiger!
Era nato a Buia, in provincia di Udine, 23 anni fa.
Dalla fine del ’69 apparteneva al Gruppo Alta Montagna della Sezione CAI-UGET di Torino. All’inizio del ’70 ritirava a Roma un premio di L. 100.000 vinto per essersi classificato nei primi posti a un concorso fra lavoratori-alpinisti. Ricevuto dal Papa, gli prometteva di fare al più presto… la Paolo VI al Pilastro di Rozes: ma non potrà mantenere la promessa!
Stava per arruolarsi come finanziere nella Scuola Alpina di Predazzo: voleva donare tutto se stesso alla montagna e, con i mezzi e il tempo che avrebbe avuto a disposizione, sarebbe definitivamente esploso.
Era forte, buono, sano, amico, umile. Ecco: umile.
E’ la dote che in lui più rifulgeva. Una umiltà non voluta e faticosamente imposta, bensì spontanea, naturale. Avrebbe ben avuto il diritto di sentirsi fiero delle sue imprese e invece non si considerava nemmeno un alpinista.
Mi considererò tale, diceva, solo dopo aver aperto vie nuove di sesto grado. E queste vie le aveva aperte, ma continuava a dire, alludendo alla Preuss alla Piccolissima, che dobbiamo sentirci tutti piccoli, piccoli così.
Pur non avendo conosciuto l’odio, la meschinità e la polemica, non riusciva proprio a comprendere come molti denigrassero e sottovalutassero le vie classiche.
Una volta divenne letteralmente furioso, quando qualcuno gli disse che il passaggio finale della via normale alla Piccola di Lavaredo era di una facilità irrisoria.
Lui lo considerava un buon passaggio di IV e, osservando gli appigli unti e ‘consumati’, non si può certo dargli torto e affermare che qualcuno non ci sia scorticato le unghie. Lui, che saliva in arrampicata solitaria le pareti più vertiginose e superava gli strapiombi più pazzeschi, s’indignava per così poco!
Ma se era poco in linea pratica, era molto in linea di principio.
Questo era Angelo Ursella!
E così lo ricorderanno tutti coloro che hanno avuto l’onore di conoscerlo e di legarsi alla sua corda, che saliva gioiosa e veloce verso la felicità e le bellezze delle cime; cime sulle quali solamente Angelo si realizzava compiutamente.

MARY VARALE

Quante volte, durante la ricerca della via da ripetere nel fine settimana, è comparso il nome di Mary Varale? Quante volte il suo nome è a fianco di personaggi di altissimo livello come Cassin, Comici, Andrich?
Eppure in pochi sanno che Mary Gennaro Varale aprì nel 1934, con Andrich e Bianchet, una via di sesto grado sul Cimon della Pala (Pale di San Martino). Un’impresa di assoluto rilievo che però venne in toto snobbata dal CAI che quell’anno decise di assegnare la medaglia d’oro a Chabod. Era evidente che il CAI non volle premiare l’impresa per via del fatto che era stata compiuta con una donna.
Visto il diniego, la battagliera Mary rivolge al presidente della sua sezione, Francesco Terribile, queste coraggiose parole:

Milano, 20 luglio 1935
Caro Signor Terribile,
non si stupisca della lettera di dimissioni, anzi la prego di non insistere perché le ritiri ma di mandarmi subito il benestare che mi occorre per ragioni personali. Sono profondamente disgustata della persecuzione contro di me da quei buffoni della Sede Centrale che hanno negato la medaglia ad Alvise [Andrich, ndr]soltanto perché ha avuto la colpa di scegliere come compagna di cordata l’odiata signora Varale. Nelle proposte fatte nel mese di febbraio Alvise c’era; poi hanno fatto i giochi dei bussolotti per cacciarlo fuori e hanno scoperto la formula delle 3 salite ogni anno come ha dichiarato il generale Vaccaro a mio marito.
Il generale ha detto che la proposta di sole tre medaglie è proprio venuta da Manaresi e che tiene a sua disposizione il documento .L’ingiustizia dell’esclusione della punta Civetta e del Cimon de la Pala è troppo grossa e dimostra che c’è il partito preso per farci del male dopo aver sfruttato le nostre fatiche e il rischio della morte per prendere lui l’onorificenza al merito sportivo (Manaresi!) Nota: si fece conferire la medaglia! In questa compagnia di ipocriti e di buffoni io non posso più stare, mi dispiace forse di perdere compagnia dei cari compagni di Belluno, ma non farò più niente in montagna che possa rendere onore al Club Alpino dal quale mi allontano disgustata anche per un ‘altra ingiustizia commessa col rifiutarmi un articolo. Se le importa sapere e farlo sapere, le dico che Chabod davanti ai miei occhi è volato sul quarto grado in Grigna e l’altro ci ha messo venti minuti per fare un passaggio che noi passiamo in 30 secondi. Evviva le medaglie d’oro!
Mi saluti gli amici e abbia di me il buon ricordo che io ho dei bellunesi. Cordiali saluti a lei e alla sua signora.
Mary Varale

venerdì 23 marzo 2018

MISURE DIVERSE

La recente avventura di Matteo Della Bordella in Patagonia mi ha fatto tornare indietro nel tempo.
Ho riavvolto il nastro dei ricordi e portato alla luce una fotografia e un testo.
La fotografia a molti non dirà nulla. A me ricorda gli spazi ampi e infiniti di quella parte di mondo che molti conoscono solo per via di montagne ultra fotografate. Ma la Patagonia è tutt'altro, forse anche uno stile di vita.
Il testo invece è di Gino Buscaini e insegna a misurare il tempo con altre unità di misura.
Grazie Matteo per le emozioni che mi hai trasmesso con la vostra salita.E naturalmente, complimenti!


MISURE DIVERSEdi Gino Buscaini
La Patagonia è immensa.
Il suo spazio è infinito, un infinito che si misura con ore a piedi o a cavallo, scardinando dolcemente sotto le suole o sotto gli zoccoli, quasi senza avvertirlo, metri, tachimetri, orologi, abbandonandoli affogati nelle paludi e nei guadi.
Aste, molle, rottelline e chip, connessioni di un sistema che non serve, di disintegrano nell’immensità.
Lo spazio si misura con filari di pioppi, che con i loro tronchi rugosi stanno fermi tra i coltivi, le steppe e le piste sterrate; poi si misura con le impronte fugaci di cani, buoi, cavalli, carri e biciclette, di piedi scalzi di bambini. Tre piedi scalzi = due piedi calzati.
La velocità non ha nessuna importanza, quindi non esiste, nemmeno quella delle automobili. In Patagonia si può camminare in mezzo alla strada, dove c’è.
Quando arriva un’automobile, un turbine di polvere l’annuncia all’orizzonte, ma la sua velocità non ha importanza poiché quando passa di solito si ferma e qualcuno dice ‘qué tal?’, cioè domanda come va.
Allora si vede anche che l’automobile può essere senza targa. Se non si ferma, è solo un turbine che passa e non si vede niente.
La misura del tempo, tic tac tic tac, sono gli zoccoli svelti del cavallo che passa di primo mattino, sono grida di otarde e di galline, sono il viaggio diurno delle ombre e il viaggio delle stelle per chi si sveglia la notte.
Il tempo non scorre dal passato ma viene incontro dal futuro.
Viene incontro con il vento, pulsa con le turbolenze delle raffiche e con gli stacchi delle calme improvvise. Dipinge gli animi con nubi cariche di colori, dove i plumbei più foschi si alternano ai celesti più tenui, con nubi che mutevoli sfilacciano le loro forme, stemperano le tinte, portano ed esauriscono le tempeste.
Il vento è la misura della vita ed è onnipresente: avvolge di polvere e luce la cordigliera, la pampa e tutti gli altri cammini.

martedì 20 marzo 2018

MICHELE BETTEGA

Mi trovo, quasi per caso, il necrologio di Michele Bettega e ne resto colpito. Diverse le particolarità: dalla ‘spaventosa’ età della celebre guida al numero di volte che ha toccato la vetta del Cimon della Pala.
Ma la cosa che più spiace è che nel necrologio non si fa minimamente cenno al fatto che fu lui, con Bortolo Zagonel e Beatrice Tomasson a conquistare nel 1901 la parete sud della Marmolada.
Oltre al necrologio riporto la trascrizione e la traduzione del libretto guida di Bettega nonchè la fotografia del libretto e il martello di Zagonel utilizzato durante la celebre scalata. Il martello, che forse meriterebbe una teca in vetro al museo di Messner, riposa, per una serie di fortunate coincidente, nella piccola biblioteca di Will.

E’ morto Michele Bettega; la guida alpina che da vari anni s’era ritirato nella sua Fiera di Primiero dove viveva dei luminosi ricordi della sua carriera d’eccezione, tutta un susseguirsi di vertiginose scalate per vie inesplorate. Fra i suoi mondi, ch’egli amava francescanamente come un immenso tempio, il decano delle guide alpine ritrovava la dolcezza dell’estasi, nella contemplazione dell’orizzonte di vette, che fin da fanciullo aveva imparato a guardare con occhio di poeta e a venerare con purezza di asceta.
Michele Bettega, spentosi a 85 anni avendo conservata fino all’ultimo momento la più integra lucidità, era stato davvero una tempra d’eccezione. Nella sua lunga attività di guida alpina, giustamente celebre, egli aveva fatto ben 206 volte il Cimon della Pala, e per quasi 50 anni aveva scalato tutte le vette dolomitiche, spesso conquistandole per primo. La sua umiltà rude e bonaria gli aveva guadagnato l’amicizia di personalità illustri, che apprezzavano oltre alla sua rara abilità professionale, il suo mistico amore per la montagna.
Venti anni fa durante una drammatica scalata notturna, mentre guidava sulla parete del Colbricon Grande gli esploratori italiani del 58° Fanteria, il Bettega restava incrodato, sì da non poter procedere che con l’aiuto d’un riflettore che da lontano guidava gli ardimentosi. Per evitare i tiri nemici il riflettore dovette essere spento per oltre mezz’ora inchiodando nel buio il Bettega che si trovava in una posizione falsa coi nervi contorti in uno spasimo atroce, e che uscì dall’eroica avventura con una gamba inservibile.
Da allora la guida insuperabile dovette rinunciare alle audaci ascensioni sulle vette, alle quali ripensava con grande nostalgia. Il suo amore per la montagna, come per tutte le cose irrimediabilmente contese, s’ingigantì. Fu l’istruttore di tutte le guide di Fiera di Primiero. Un inglese lo chiamò in Inghilterra per istruirvi delle guide del luogo, ove rimase un anno. Re Alberto del Belgio lo volle sua guida per la Svizzera. Guido Rey lo ricorda in uno dei suoi libri glorificanti la montagna.

Una delle sue glorie maggiori era il ricordare che la SAT nacque quando egli era giù guida da dieci anni, e che la prima ascensione sociale fu guidata da lui, al Cimon dalla Pala, dal Ghiacciaio della Vezzana. Egli ripeté 22 volte quell’ascensione, che ben pochi hanno potuto compiere. Il Bettega conosceva tutte le imprese della patriottica Società, per averle vissute con cuore d’irredento e ha lasciato quattro libri di diari delle sue fatiche, di impressioni e di frasi di ammirativa riconoscenza da parte di numerose personalità, in dono alla SAT che giustamente ritenne quale migliore depositaria della sua eredità spirituale.
Martello di Bortolo Zagonel utilizzato nel 1901 per la scalata della parete Sud della Marmolada 

LIBRO GUIDA DI MICHELE BETTEGA
MARMOLADA – PARETE SUD
First ascent of the Marmolata by the South (rock) Wall. The ascent was made (with Bortolo Zagonel as 2nd guide) directly from Ombretta Pass, slightly to the east of the culmination of the Pass. The first two thirds of the way in my opinion is the most difficult that I had ever met in the Dolomites, requiring more strength, skill, endurance and courage than anything I know.
The remainder of the ascent would have been easier but for a storm of thunder, hail and snow, which made it more difficult and dangerous.
We were 12 hours on the rocks, descending by the Glacier to Fedaia, the last few hours were a test of endurance so we were all wet through on a high and very cold wind.
Bettega led for the first two thirds of the way and excelled even himself in every way, conquering apparently insuperable difficulties with this usual – unfailing -  courage and skill.

Beatrice Tomasson

“Prima ascensione della parete sud (di roccia) della Marmolada. La salita è stata compiuta (con Bortolo Zagonèl come seconda guida) direttamente dal Passo Ombretta, leggermente sulla destra rispetto alla sommità del passo. Secondo me i primi due terzi della salita sono il tratto più difficile che io abbia trovato in Dolomiti, in quanto richiedono più forza, abilità, costanza e coraggio di qualsiasi altra salita io conosca. Il resto dell’ascensione sarebbe stato più facile se non fosse scoppiata una bufera con fulmini, grandine e neve, che lo rese più difficile e pericoloso.
Rimanemmo 12 ore sulla roccia, discendendo per il ghiacciaio fino alla Fedaia; le ultime poche ore furono una vera prova di resistenza perché eravamo tutti fradici e schiaffeggiati da un vento forte e molto freddo.
Bettega stette in testa per due terzi della salita e fu veramente ottimo sotto ogni aspetto, perché seppe superare difficoltà apparentemente insormontabili con il solito immancabile coraggio e la sua abilità”.
Beatrice Tomasson
Michele Bettega


Libretto di Michele Bettega




sabato 7 ottobre 2017

ROCCA SBARUA E MONTE TRE DENTI




di Gian Piero Motti
La necessità di avere delle buone guide anche per le palestre, si è fatta notevolmente sentire in questi ultimi anni. La funzione importante che assume la palestra nell’alpinismo moderno è ormai palese ed unanimemente riconosciuta. Il terreno della palestra permette di mantenere un allenamento fisico e tecnico per tutta la durata dell’anno, permette di acquisire e di sperimentare nuove tecniche di arrampicata, permette in definitiva di arrampicare anche quando le condizioni dell’alta e media montagna sono proibitive.
Tuttavia la palestra crea anche degli svantaggi piuttosto notevoli. La possibilità di percorrere per decine di volte le stesse vie e gli stessi passaggi, può portare ad una sopravvalutazione di se stessi, con una conseguente affermazione di una ideologia del tutto particolare, quanto mai dannosa.
La palestra diviene “il fine” e non più “il mezzo”, il banco di scuola su cui imparare a leggere e a scrivere. Si giunge al culto dell’IO, al reuccio domenicale che volteggia con leggiadria su tetti e strapiombi, in un intricato gioco di corde e di staffe.
La possibilità di ripetere ogni passaggio un numero infinito di volte, la conoscenza particolareggiatissima di ogni minima struttura della parete permettono di acquisire sempre maggior sicurezza, con un conseguente disprezzo per la montagna facile e con la convinzione che l’alpinismo altro non sia se non un modo di mettere in pratica su più larga scala quelle esercitazioni più adatte ad una palestra ginnica che ad una montagna.
Soprattutto fra i giovanissimi la palestra può assumere un fascino particolare, date le eccitanti sensazioni che possono ricavarne; così ci limitano ed esauriscono la loro attività esclusivamente in palestra, tralasciando e disprezzando altre importantissime e meravigliose attività, quale ad esempio lo sci-alpinismo.


Si giunge al punto di trascurare l’arrampicata libera e ci si butta subito sull’artificiale, dove è più facile ottenere risultati vistosi; e questo forse è il danno più grave che viene dalla “ideologia della palestra”. Ne deriva la conseguenza che alcuni giovanissimi in brevissimo tempo sono in grado di percorrere con apparente dimestichezza itinerari in arrampicata esclusivamente in artificiale, mentre sono rimasti ai primi rudimenti dell’arrampicata libera, che è fondamentale.
I risultati non tardano a farsi vedere. Recentemente, proprio alla Rocca Sbarua e ai Denti di Cumiana, alcuni passaggi in arrampicata libera di media difficoltà (IV, V) sono stati rovinati e sviliti con l’infissione di numerosi chiodi ad espansione. La scusa apportata in difesa di questa, che io definisco brutalizzazione dell’arrampicata libera, è (sic!) di rendere più sicuri i passaggi e l’assicurazione.
La difesa è per lo meno ridicola, in quanto tutti i passaggi si prestano all’infissione di chiodi normali; diciamo piuttosto che qualche staffista di chiara fama, trovatosi di fronte ad un modesto quarto superiore o peggio terzo superiore e non avendo la possibilità di chiodare, ha impugnato il perforatore e da buon manovale ha cominciato a sforacchiare la roccia, facendo violenza allo spirito dell’alpinismo e a se stesso.
E’ vero, il discorso porterebbe troppo lontano e qualcuno potrebbe obiettare che l’alpinismo è una attività impostata alla massima libertà. Certo, ma anche in palestra chi si accinge ad affrontare un passaggio o una via deve essere in grado di farlo senza ricorrere a questi meschini mezzucci. Altrimenti la deleteria abitudine si diffonderà anche in montagna e purtroppo gli esempi non mancano. La base deve essere sempre l’arrampicata libera, spinta ai limiti estremi prima che sia lecito infiggere chiodi ed usare staffe. Ma forse i tempi cambiano; l’arrampicatore pinerolese Luigi Bianciotto superava la prima lunghezza di corda dello spigolo, che ora porta il suo nome, senza usare un solo chiodo; oggi non è raro vedere lo stesso passaggio superato con abbondante uso di chiodi e di staffe. E questo solo per citare un esempio.
Lascio questo discorso forse spinoso, ma necessario, e torno alle nostre palestre. Ultimamente alcuni amici mi hanno convinto ad assumermi la presunzione di scrivere questa guida della Rocca Sbarua e dei Denti di Cumiana; ho accettato volentieri, in quanto la zona è meritevole di una guida e soprattutto perché di anno in anno vede aumentare notevolmente il numero dei frequentatori. Quindi le pubblicazioni precedenti non soddisfano più allo scopo e tanto meno si rendono utili le vaghe indicazioni di qualche amico o le sporadiche relazione tecniche che raramente appaiono su qualche pubblicazione sezionale.
La Rocca Sbarua è forse la palestra preferita dai torinesi; non parliamo poi dei pinerolesi, che addirittura ce l’hanno sulla porta di casa.
Numerosi sono i fattori che hanno contribuito a questa preferenza: il comodo accesso, la favorevole esposizione, la magnifica e ottima roccia, la possibilità di aprire e di percorrere itinerari che abbracciano tutta la scala delle difficoltà, etc.


Per trovare le prime notizie alpinistiche sicure a riguardo della Sbarua, dobbiamo risalire fino al lontano 1927; nel diario alpinistico del compianto e valoroso alpinista pinerolese Ettore Ellena, troviamo le prime notizie di ascensioni a scopo di allenamento su roccia agli speroni del Monte Freidour. A fianco di Ellena cominciarono a frequentare la zona alcuni alpinisti pinerolesi: Dassano, De Servienti, Borgna ed altri. Ad essi si deve forse la prima salita della via normale.
Frattanto la voce si diffonde anche nell’ambiente torinese, che già cominciava ad arrampicare sulle rocce dei Denti di Cumiana. Le “vecchie” palestre come Rocca Sella o Le Lunelle, ormai non soddisfacevano più alle esigenze della fortissima scuola torinese che allora andava sorgendo. C’era la Parete dei Militi, ma era troppo lontana e soprattutto impraticabile in inverno; si scoprirono le Courbassere e il Monte Plu in Val di Lanzo, ma fu proprio la Sbarua ad avere fortuna.
Le sue ruvide placche videro arrampicare i più bei nomi di quel periodo glorioso dell’alpinismo torinese: Boccalatte, Gervasutti, Riviero, Ravelli, Ronco, Zanetti, e l’elenco potrebbe continuare. Le loro vie, ancora oggi, sono modelli insuperati di logica e di eleganza.
A poco a poco, dopo i tristi ed irreparabili lutti dell’ambiente torinese, nuovi nomi vengono alla ribalta; l’arrampicata artificiale va sempre più affermandosi e permette di risolvere i “grandi problemi” della Rocca.
La Sbarua diventa la palestra abituale di Mellano, Rabbi, Rossi, Ribetti, Mai, Prato, Barbi, Risso. Su tutti spicca la personalità di Guido Rossa, che validamente coadiuvato dai suoi compagni, attacca e risolve i problemi ancora insoluti.
Assistiamo ad una vera e propria rinascenza dell’alpinismo torinese.
Cede la Torre del Bimbo, cede lo spigolo centrale ma la liscia ed imponente parete giallastra che caratterizza la Rocca, sembra resistere a tutti gli assalti; forse erano stati proprio i suoi strapiombi a “sbarùè” (spaventare) i primi salitori della Rocca, cosicchè restò il nome “Rocca Sbarùa”.
Umberto Prato attacca nel settore destro della parete, supera il tratto più difficile, ma non esce in vetta. La sua via sarà ripresa e conclusa ai giorni nostri da Paolo Armando e Fredino Marengo.
Guido Rossa attacca al centro, con Corradino Rabbi e giunge fin sotto il grande tetto sopra i lisci ed enormi placconi giallastri; tenta di aggirare il tetto a destra, ma non vi riesce. I due sono costretti ad una rocambolesca ritirata lungo la parete.

Rossa ritenta con Alberto Risso e con Franco Ribetti, ma solo con Ottavio Bastrenta riuscirà a concludere la via, che ancora oggi è l’itinerario esteticamente più bello di tutto il gruppo. Per superare alcuni tratti assolutamente lisci fanno uso di chiodi ad espansione allo stato abortivo, ossia di tondini e di bulloni infissi in un foro praticato nella roccia. E’ la prima volta che accade nelle palestre torinesi e l’esempio darà i suoi frutti, buoni e cattivi.
Oggi la possibilità di aprire nuovi tracciati va a poco a poco estinguendosi e siamo prossimi alla saturazione. Forse l’ultimo problema suggerito dalla logica viene risolto da Gian Carlo Grassi e da Gian Piero Motti con il superamento della parete sud del Torrione Grigio.
Alcuni cominciano a rivolgere le loro attenzioni a nuove palestre che possano offrire terreno vergine alla loro azione; viene così scoperta la palestra “moderna” del Bec di Mea in Val di Lanzo e viene riscoperto il Monte Plu.
Nelle mie scorribande festive e feriali ho percorso un po’ tutte le vie della Sbarua e dei Denti e ho accumulato una discreta esperienza, che mi ha indotto a scrivere questa guida.