giovedì 29 ottobre 2009

REV. AGOSTINO BUTTURINI

Fermo l'orologio. Tolgo addirittura la batteria per paura che la lancetta dei secondi faccia uno scatto in più.
Chiudo gli occhi e nel frattempo i miei polpastrelli continuano a battere sulla tastiera commettendo chissà quanti errori in un testo che probabilmente non rileggerò.
Mi ritrovo a spaziare, impaziente nel mio universo dei ricordi.
A colpo sicuro vado nel 2003 e vado alle Placche angelone. Il corso di roccia è appena terminato e le soddisfazioni avute in questo corso non si riuscivano a contare allora... figuriamoci oggi. Pochi giorni prima avevo ricevuto un attestato per il corso appena concluso. L'invito a continuare e allo stesso tempo a darmi da fare per buttar giù qualche chilogrammo.
Ora però sono alle Placche angelone e con me ci sono ancora tutti gli amici conosciuti al corso di roccia. Ci sono ancora quasi tutti gli istruttori... perchè nonostante il corso sia ormai ultimato qualcuno si è offerto per un'arrampicata extra.
Io, Luca e Livio. Una cordata che passerà alla storia. Un compagno di cordata con il quale ho poi salito più di 200 vie e un compagno di cordata che oggi è una stella in cielo.
Quel giorno, dopo aver ravanato su qualche viuzza di poco conto abbiamo salito la via Anabasi.
Ricordo la breve pausa in vetta mangiucchiando il mars del Livio e soprattutto ricordo la fatica a superare un tetto triangolare dove qualcuno aveva piantato una grande spranga di ferro, ideale per staffare.
Di quella via sapevo poco, pochissimo ma porto con me dei gran ricordi.
Passata quella domenica la mia attività arrampicatoria si è incrementata notevolmente come notevolmente è aumentato l'affiatamento con Luca e i progetti che ogni domenica, durante gli spostamenti dolomitici, nascevano a dismisura. Qualche sogno si è realizzato, qualche altro si è invece perso con il tempo e qualche altro ancora invece è alle porte del futuro.
Mentre le stagioni invernali portavano tanti alpinisti a zonzo per le montagne innevate noi scoprivamo una grande realtà... è possibile arrampicare tutto l'anno! Bastava scegliere i posti adatti. Bastava scovare pareti di bassa quota e illuminate dal sole.
Spesso sfogliando libri e scroccando relazioni a siti web inciampavo nel nome di un apritore. Un prete. Un nome che spesso compariva nelle vie delle montagne lecchesi. Rev. Agostino Butturini.
Con il tempo che passa e le linee di salita che ripeto cerco affannosamente in internet notizie di questo starno, bizzarro e di certo orginale Prete.
Passa dell'altro tempo e un po' per sentito dire e un po' per le poche informazioni riportate sui libri d'arrampicata... scopro qualcosa in più di Don Agostino e del suo gruppo Condor. Scopro la parrocchia di Monterone e scopro il Collegio Volta nonchè le sue filosofie di approccio alla montagna e che condivido.
Le segretarie del Collegio mi fanno avere un libro commemorativo dei Condor scritto dal Don e da Pietro Corti. Nel mentre l'ho sulla scrivania il buon Paolo me lo sottrae e si avventa in una letture frenetica. Dopo pochi giorni Paolo mi rende il maltolto e anch'io leggo questa storia affascinante.
Passa ancora un'anno e il desiderio di conoscere e chiacchierare con il Don si fa più forte.
Giovedì 22 ottobre mentre mi dirigo al Cinema Fanfulla di Lodi impugno il cellulare e compongo il numero del collegio. Risponde una voce energica e con la dovuta educazione chiedo di Don Agostino. Il mio interlocutore occasionale è anche la persona che stavo cercando. Chiacchieramo per un poco e decidiamo in un'incontro di condivisione di avventure...

Ora riapro gli occhi e m'appresto a chiudere questo breve pezzo nonchè a metterlo su facebook. E' tardi e devo impacchettare il libro che ho comprato per il don... giusto per rompere il ghiaccio all'incontro di domani.

Rimanete sintonizzati!
Will

domenica 11 ottobre 2009

WILL ED ERMANNO... FINALMENTE INSIEME



E' da circa 2 anni che con Ermanno Salvaterra parliamo di fare un'arrampicata insieme. Sono salito a Massimeno sabato pomeriggio e ho giocherellato un po' con Beatrice e Guendalina, due simpatiche caprette e Isotta, il suo cane.
La domenica invece siamo scesi ad Arco e in un tempo relativamente breve, grazie alle sue doti arrampicatorie abbiamo salito la via Adonis alla parete san paolo uscendo per la variante diretta che ci ha permesso di giocare con un pendolo.

Molto soddisfatto delle emozioni provate.

martedì 29 settembre 2009

IL PESCATORE

E' da tantissimo tempo che ascolto frequentemente la canzone "IL PESCATORE" di De Andrè. A dirla tutta non amo molto la versione originale ma preferisco l'interpretazione dei Mercanti di Liquore. Non è difficile trovare interpretazioni più o meno filosofiche sul testo della canzone... ma nessuna di quelle che ho trovato, di fatto, coincide con la mia. Tra un bicchier di vino e qualche chiacchiera al matrimonio di Daniel mi è venuta voglia di scrivere anche a me qualcosa su questo testo che rappresenta il riassunto di quella che è la fede cristiana.

Se è vero che nella religione cattolica Gesù viene spesso paragonato al pescatore (di anime) in questa canzone il pescatore citato non è assolutamente Gesù. Gesù è sempre stato il giovane ragazzo. Qui il pescatore è un vecchio, e in tutte le scritture cristiane il vecchio è Dio, ovvero il più saggio.

ALL'OMBRA DELL'ULTIMO SOLE
Allegoricamente parlando si tratta dell'ultima spiaggia. L'ultimo appiglio 'speranzoso' a cui si attacca l'uomo.

S'ERA ASSOPITO UN PESCATORE
E AVEVA UN SOLCO LUNGO IL VISO
COME UNA SPECIE DI SORRISO
questo sorriso rende il pescatore una persona 'amichevole' e certamente una persona da non temere.

VENNE ALLA SPIAGGIA UN ASSASSINO
DUE OCCHI GRANDI DA BAMBINO
DUE OCCHI ENORMI DI PAURA
ERANO GLI SPECCHI UN AVVENTURA

L'assassino, ovvero il peccatore. Una persona che ha violato un comandamento. Gli occhi di questa persona che sono quelli di un bambino, ovvero quelli di colui che si stupisce facilmente, della persona che ha provato a far qualcosa di nuovo per il solo gusto dello scoprire.
Spesso infatti si iniziano a infrangere delle regole anche per il solo gusto di scoprire le conseguenze del gesto. E' nel genere umano diventare peccatori. Questi occhi portano anche i segni della paura perchè l'infrangere, il trasgredire, crea sempre paura.

E CHIESE AL VECCHIO DAMMI IL PANE
HO POCO TEMPO E TROPPA FAME
E CHIESE AL VECHCIO DAMMI IL VINO
HO SETE E SONO UN ASSASSINO

Questo assassino (questo peccatore) incontra (o forse cerca) il pescatore sulla spiaggia e chiede il pane e il vino, chiede il corpo e il sangue di Gesù. Chiede il perdono. Ha fretta, sente la necessità di liberarsi da ogni forma di peccato. Il peccato, o peccati, commesso, o commessi, sono talmente tanti e grossi da avere Troppa fame. Troppo desiderio di essere perdonato. Al tempo stesso c'è la presa di coscienza di essere un assassino, un peccatore.

GLI OCCHI DISCHIUSE IL VECCHIO AL GIORNO
NON SI GUARDO' NEPPURE INTERONO
MA VERSO' IL VINO E SPEZZO' IL PANE
PER CHI DICEVA HO SETE E HO FAME

In questa strofa si concretizza l'azione di Dio verso l'uomo. Il vecchio apre gli occhi davanti al giorno, davanti alla quodianità. Dio non guarda attorno, non si lascia influenzare da pareri di altre persone e concede il perdono a chiunque ne faccia richiesta.

E FU IL CALORE DI UN MOMENTO
POI VIA DI NUOVO VERSO IL VENTO
DAVANTI AGLI OCCHI ANCORA IL SOLE
DIETRO ALLE SPALLE UN PESCATORE

DIETRO ALLE SPALLE UN PESCATORE
E LA MEMORIA E' GIA' DOLORE
E' GIA' IL RIMPIANTO DI UN APRILE
GIOCATO ALL'OMBRA DI UN CORTILE

L'uomo che si pente e cerca il perdono. L'uomo che continua la sua strada verso il futuro. L'uomo, che nonostante abbia ottenuto il perdono, probabilmente ricade nel peccato.

VENNERO IN SELLA DUE GENDARMI
VENNERO IL SELLA CON LE ARMI
CHIESERO AL VECCHIO SE LI VICINO
FOSSE PASSATO UN ASSASSINO

MA ALL'OMBRA DELL'ULTIMO SOLE
S'ERA ASSOPITO UN PESCATORE
E AVEVA UN SOLCO LUNGO IL VISO
COME UNA SPECIE DI SORRISO

Il perdono è concesso dal vecchio pescatore e quindi da Dio. Ora però arrivano i due gendarmi, arriva la legge terrena. Il perdono divino (che è superiore) non coincide mai con il perdono terreno. Quello è affidato alla legge. Dio non si 'mette mai di mezzo' tra ciò che è divino e ciò che è terreno. Infatti Dio non risponde ai gerdarmi.

mercoledì 23 settembre 2009

COSA COMBINO

E' da parecchio tempo che non scrivo più nulla sul blog.
Non dico di essermi dimenticato della password e del nome utente... ma poco di manca.

In questa estate sono successe molte avventure... dalle verticali... alle orizzontali (parlando di vita abituale... non pensate a cose strane).

Una delle cose più belle che mi sono capitate ad Agosto è stata quella di fare l'uomo di collegamento tra la spedizione dell'Educai (vedi www.caibergamo.it) e l'Italia.

Quello che ho combinato è bene o male relazionato sul solito sito... Ora sto, come tutti i mesi di settembre da diversi anni, vivendo la realtà del corso di roccia. La scorsa settimana siamo stati a finale ligure e la prossima probabilmente andremo in val di mello o dolomiti vicentine.

A presto

domenica 28 giugno 2009

SULLE TRACCE DEL BRUNO


eccomi tornato da poco dal Brenta. Era diverso tempo che non visitavo questo gruppo dolomitico. Forse perchè è un po' staccato, forse perchè i progetti hanno preso sempre altre direzioni.Espo lancia l'idea, io, luca e claudia la facciamo nostra e dopo una rampatina ad Arco (causa brutto tempo) ci dirigiamo verso la Corna Rossa, una parete situata nei pressi di Vallesinella. Espo, Giò e Marco salgono lo spigolo Detassis al Torrione SAT. Noi invece la Detassis/Vidi al primo torrione. Pochi metri di via, Pochi tiri di corda, ma tanti pensieri al Bruno che non c'è più da circa un anno. Più ripeto le sue vie... più me ne innamoro!

martedì 26 maggio 2009

TEMPO DI BATTER TASTI

E' passato parecchio tempo da quando mi mettevo davanti ad un pc e iniziavo a battere liberamente sui tasti della tastiera.
Errori, imprecisioni, inesattezze... Quello che avevo scritto era uscito semplicemente dal rumore dei miei polpastrelli sui tasti ormai luci della mia tastiera.
Qualche settimana fa avevo fatto presente al Giamo e al Danno che stavano trascurando il loro blog... e non mi sono accorto che anch'io mi ero dimentato del mio.
Di avventure ne sono successe davvero tante. Da un viaggio in croazia che mi ha portato ad un rientro anticipato... a qualche piccola novità lavorativa... alle mie avventure sui monti.
Non trovo molto senso nell'elencare una ad una le salite. Ne verrebbe un elenco inutile per tutti. Per me in primo luogo e ultra noioso da leggere per voi. Non è stilare un elenco, non è mostrare una salita fatta o tentata che m'interessa. L'importante è il vissuto!
Essere su di un picco del monte Bianco o su una guglia della Presolana in fondo è la stessa cosa. Certo cambia in panorama ma le emozioni che una salita ti regala sono sempre uniche... Quasi se ogni volta che si poggia la mano sulla roccia si fosse sempre in un posto differente.
Ultimamente ho arrampicato oltre che con Luca, Claudia ed Ale anche con Paolo e Raffo. Alcune volte (per non dire spesso) mi sono ritrovato su itinerari notevolmente "too hard for me" ma da secondo ho avuto modo di fare mio uno spirito avventuroso che ha saputo portarmi indietro nel tempo. Un sorriso, una canzone, un bivacco ai piedi della regina delle orobie, una staffata, un
ritornello che evoca le azzerate mi hanno fatto vivere momenti magici.

Un'episodio che mi ha colpito molto e che ha invaso per parecchio tempo la mia mente è accaduto in val d'aosta ormai più di un mese fa. Mi trovavo di buon ora con lo Spinelli nel parcheggio del cimitero di Verres e mentre ci preparavamo a salire la via "Li Mortacci" che è proprio dietro al cimitero mi si è avvicinato un vecchietto zoppicante senza un braccio che teneva sotto mano un
secchio arancione. Dentro di me m'aspettavo il solito cercatore di spiccioli invece cercava da me solo un po' d'aiuto. Entrati nel cimitero mi ha chiesto di salire una scala e d'inserire dei tulipani gialli davanti a delle lapidi. A giudicare dalle vecchie fotografie e dalle scritte dovevano certamente essere i suoi genitori. Il vecchietto mi ha ringraziato e dopo esserci
salutati ha iniziato a pregare. Si tratta di un episodio certamente comune che non ha nulla di originale ma sono rimasto colpito dalla fede di quest'uomo. Nonostante il pessimo stato di salute quel giorno stava davanti ai genitori a regalare loro un fiore.
Penso molto a questa storia...

Un'ultima cosa...mi mancano poche pagine a completare un libro commemorativo sulla storia del gruppo Condor di Lecco. Un gruppo di marmocchi tirati insieme da Don Agostino Butturini. Ciò che questo 'don' ha fatto è stato insegnare loro l'amore per la montagna, i valori dell'amicizia ma soprattutto ha fatto capire loro che la montagna deve essere una scuola di vita... non un totem da adorare.
Voliamo alti!

martedì 28 aprile 2009

TRA SOGNO E REALTA'. VALERIO FONTANA AL PICCOLO DAIN

Leggere un libro ed innamorarsi di una via.
Leggere passo passo le emozioni dell'apritore e iniziare ad addocchiare la relazione.
Scoprire che nel frattempo qualcun'altro ha realizzato il tuo sogno.
Buttare l'idea a qualche amico sulla possibilità di compiere questa salita ma senza mai arrivare ad un dunque... finchè qualcun'altro, all'improvviso, a ciel sereno ti offre la possibilità di realizzare il tuo sogno.

L'idea di affrontare questa salita in artificiale è nata circa due anni fa con Luca quando all'attacco della Loss Pilati addocchiammo dei chiodi lungo quell'esile fessura che sale verso il cielo. Torneremo.
Qualche mese dopo nuovamente all'attacco per ritentare la Loss ma questa volta la rinuncia fu per il maltempo.
Torneremo.
Pasquetta 2009. Per la terza e finalmente ultima volta all'attacco della Loss. Il sogno di Luca era realizzato.
Intanto i chiodi della Valerio Fontana mi guardavano ancora.

Pochi giorni dopo, Luigi, al telefono mi parla della via di Ursella... gioisco ma voglio tener fede alla parola data e ai progetti ipotizzati con gli altri per il weekend. Tra una variazione e l'altra dovuta al maltempo alla fine finisco a cavalcare il mio sogno con Paolo.

Il primo tiro m'impegna a lungo. Sono 40 metri di A1/A2 ma qualche chiodo mancante e qualche appiglio usa e getta (sulla testa di Paolo per la precisione) m'impegna per circa 2 ore.
Paolo è decisamente più veloce di me, in virtù del fatto che nutre un po' più fiducia di me nei vecchi chiodi e così guida lui il mio sogno verso la realtà. Al termine delle difficoltà siamo stanchi ma contenti e qualche piccola distrazione provoca il cedimento di una lama fuori via che finisce a valle. Fortunatamente non c'è più nessuno in giro. Terminiamo la via alle 17.22 e percorrendo le ultime lunghezze di Amelie raggiungiamo facilmente il sentiero di discesa. Torniamo a valle stanchi morti. Torniamo a valle felici.

Nessuno di noi aveva una macchina fotografica. Nessuno di noi ha impresso l'esile fessura che sale verso la vetta. Nessuno di noi ha fotografato le emozioni. Come testimonianza della salita resta un vecchio chiodo di Ursella uscito nella seconda metà della via. Un chiodo particolare che non si trova di certo in commercio.

Grazie a Paolo per essermi stato compagno di questa strepitosa giornata.
Grazie a Luca (che nel frattempo saliva il Missile con Claudia) per aver accettato che affrontassi la salita con Paolo (torneremo certamente... basta solo scegliere la data).
Grazie a Claudia per averci offerto asilo notturno in quel di Trento.
Grazie ad Angelo Ursella, ragazzo di 23 anni, morto sull'Eiger per aver disegnato questa linea tanto logica quanto estetica ed elettrizzante.




VIA NUOVA AL DAIN
di Angelo Ursella – tratto dal libro Il ragazzo di Buia

29 aprile: riprendo a scrivere dopo quasi due mesi. In tutto questo tempo sono successe tante cose e la situazione è un po’ cambiata. In questo periodo ho avuto l’occasione di visitare la Val Rosandra, in compagnia di Rodolfo Simuello. Un giorno, a dir poco, drammatico! In grave crisi, arrampicando da solo, rischio il volo ad ogni innalzamento. Non mi interessa più nulla.

Faccio conoscenza col fortissimo Enzo Cozzolino. Legato alla sua corda, ho la sgradevole sorpresa di volare su un passaggio in libera.
La settimana seguente è uno sforzo continuo per ritrovare me stesso. Mi metto in contatto con Tarcisio Pedrotti per arrampicare al Dain.
19 marzo, ore sette. Sono alle Sarche in attesa degli amici di Trento. Loro saliranno verso lo zoccolo del Piccolo Dain, mentre io farò un salto a Cavedine.
Salgo verso il paese di Graziella, mentre il cuore mi batte forte. Come sarà quest’incontro?
Mi sento in preda a paura e angoscia.
Sono arrivato, suono il campanello.
Emozionatissimo, entro, lei mi sorride… è un momento meraviglioso…
Poco dopo riparto: “Ci rivedremo stasera, ciao”.
Sono sconvolto dalla gioia!
Salgo velocissimo alla base della parete, dove mi attende Tarcisio con due suoi amici: Andrea Andreotti e Marcello Rossi. Ci avviamo lungo lo zoccolo, impastato di terra e cespugli, e dopo un’ora di medie difficoltà ci troviamo alla base dello strapiombo. Lungo la parete gialla si disegna una fessura, infissi nella quale alcuni chiodi fanno bella mostra di sé. Evidentemente qualcun altro ha avuto la nostra stessa idea. Sul terrazzino d’attacco troviamo anche due bei mazzi di chiodi. Decidiamo di tentare.
Dopo una decina di metri ho raggiunto l’ultimo chiodo: ora mi attende un bel lavoro. La fessura si presenta larga e sono costretto a farmi mandare l’unico cuneo a nostra disposizione, con la corda di servizio. Non risolvo un granché: la crepa insiste nella sua eccessiva ampiezza. Metto mano allora ad alcuni chiodi lunghissimi, trovati provvidenzialmente nel mazzo scoperto all’attacco. Ora va meglio. Mi inerpico lungo il muro un po’ strapiombante e friabile, fin dove la fessura si restringe permettendo una chiodatura normale. Dopo 30 metri, attrezzo il primo punto di sosta su una placca grigia. Andrea attacca a sua volta e mi raggiunge svelto.
Sopra di noi la parete si apre gialla, friabilissima, corredata di un brutto strapiombo che nasconde alla vista il resto della via. Ha tutta l’aria di un osso duro, ma parto deciso. Lentamente mi apro la strada, un chiodo dopo l’altro. Una placca liscia interrompe il regolare decorso della fessura, che riprende 5 metri sopra. Lavoro tenacemente col martello, sulla roccia in condizioni deplorevoli. Provo a piantare un chiodo a sinistra, a destra, in alto, in basso. Niente! Unico risultato è quello di far cadere in testa ad Andrea grosse scaglie. Dopo un ennesimo tentativo, un chiodo riesce a penetrare per due centrimetri. Sotto ci sono buoni chiodi; posso tentare. Col fiato sospeso salgo in staffa. Ma la musica non cambia. Un altro chiodino ‘miracoloso’ mi gratifica di un ulteriore breve avanzamento. Un terzo ferro, momenti di delicatezza. Ecco, il passaggio chiave è risolto.
Le condizioni in cui si presenta la parete a questo punto non sono certo delle migliori, ma almeno la fessura è riguadagnata. Infiggo una serie di ancoraggi incerti nella crepa, che ora corre verso sinistra.
Il sole ha raggiunto l’orizzonte. Da sotto gli amici mi invitano a ritornare. Scendo in arrampicata fino ad Andrea. Una doppia nel vuoto e siamo all’attacco. Domani ci procureremo materiale adatto, mentre sabato e domenica porteremo a termine la salita.
Alle Sarche ci attendono alcuni amici. C’è anche lei! La accompagno a casa. Passo attimi indimenticabili in sua compagnia.
L’indomani mi ritrovo naso all’aria, con Marcello e Andrea, a studiare meticolosamente la parete. Dopo l’acquisto del materiale necessario, passo a trovare Sam (Samuele Scalet n.d.r.). Concludo la mia giornata in bellezza, assieme a Graziella. Sabato 21, ore cinque. Andrea, di cui sono ospite, mi viene a svegliare. In un attimo siamo pronti e passiamo a prendere Tarcisio e Marcello.
Alle sette e mezzo mi lego in cordata con Tarcisio e inizio l’arrampicata. Ci seguiranno tra poco Andrea e Marcello con il compito di ricuperare gli zaini. In due ore raggiungo il limite massimo dell’altro giorno. Tento ora di attraversare verso destra portandomi al centro della parete, ma la compattezza della roccia mi costringe a desistere. Continuo allora lungo la fessura, che si snoda marcata sul fondo di un diedro superficiale. La chiodatura si sgrana perfetta. Ogni tanto, come diversivo, un breve tratto in libera. Dopo ore di arrampicata ci fermiamo per bere qualcosa sopra un minuscolo terrazzino, il primo dall’attacco. Un diedro strapiombante nasconde il resto della parete. Dovrebbe costituire ormai l’ultimo ostacolo. Un chiodo dopo l’altro mi innalzo sul suo fondo, fin dove scorgo la possibilità di uscirne. Su appigli quasi inesistenti traverso a sinistra, supero un breve muro e guadagno una comoda cengia. La via è praticamente fatta.Infilo parecchi chiodi nella roccia e con una corda formo un passamano. Mi raggiungono Tarcisio e Andrea. Sono le diciannove, è quasi notte. Immerso nella penombra arriva anche Marcello, spaventato dall’idea di dover bivaccare da solo “sull’orrida parete”. All’ultimo momento però, mentre sta per attaccare la traversata, nel tentativo di rinforzarlo, provoca l’uscita dell’ultimo chiodo e si esibisce in un lungo pendolo, fortunatamente senza conseguenze. E’ notte, siamo pronti per il bivacco. Da fondo valle salgono grida di saluto. Segnali luminosi ci tengono compagnia fin quasi a mezzanotte.
Alle sei riprendiamo la scalata. Pochi metri difficoltosi e raggiungiamo le facili rocce dello spigolo che delimita la parete. L’ultima assicurazione la faccio su una grossa quercia.
Scendendo lungo il facile sentiero, incontriamo due alpinisti che stavano salendo alla nostra volta: sono i due autori del primo tentativo. Era loro intenzione dedicare la via all’amico Valerio Fontana, perito nell’estate del ’69 sulla Carlesso alla Torre Trieste. Facciamo nostro il loro pensiero e dedichiamo così la nuova via sulla sud del Dain a Valerio Fontana.
Alle Sarche ci stanno aspettando. Rivedo con emozione il volto di Graziella. Si conclude coì meravigliosamente la nostra impresa. A casa ci ritroviamo tutti e quattro per le foto di rito. Poi mi congedo dagli amici, e trascorro un magnifico pomeriggio con Graziella.
Ho passato come in un sogno questi quattro giorni. Vorrei tanto che questa felicità durasse mille anni!