domenica 1 aprile 2018

GLI SCALPELLINI


Gli scalpellini
di Andrea Andreotti

É molto triste, per non dire doloroso, vedere bistrattato l'alpinismo che si ama. Frasi come: “É una via da scalpellini”, “Roba da fabbri”. “E una via di valore, se levi tutti i chiodi e li vendi…”. “E’ una ferrata, una scala, una scalata pompieristica” sono ormai all'ordine del giorno nel mondo alpinistico. Non sono certo frasi elogiative, né invitano ad andare a ripetere quelle tali vie così drasticamente classificate.
Quelle frasi suonano come un anatema, come una scomunica che pone fuori dall'alpinismo “vero” gli apritori di quelle vie ed ancor di più coloro che vanno a ripeterle. Se infatti gli apritori sono degli scalpellini, coloro che vanno a ripeterle sono quei famosi “buoni a nulla” che salgono con le staffe persino sul III grado. Non solo. Gli apritori vengono chiamati scalpellini quando va bene, quando non sono accusati di essere dei terribili “assassini” che cinicamente “uccidono” l'alpinismo per il puro gusto di piantare chiodi facendo magari una fatica cane. Per non parlare poi di quelli ignobili “rubaproblemi” alle generazioni future, che sarebbero tutti coloro che aprono vie nuove usando quegli orripilanti chiodi a pressione. Ignobili perché invece di salire certe lavagne in arrampicata libera usano, poveretti!, i chiodi a pressione. Perché invece di “tornare a casa ad allenarsi meglio” capiscono subito che di lì o “si passa a pressione”, o non si passa.
“Meglio non passare” dicono i vecchi.

“Lasciamo il problema alle generazioni future” dicono i giovani a cui fa “sfizio” toccare i chiodi a pressione.
Come se le generazioni future, per chi sa mai quale dono divino, potessero riuscire a pussare senza chiodi od altri ausili tecnici, là dove oggi sono necessari, dico necessari, i chiodi a pressione. E questi accaniti fautori del classico bollano i loro fratelli alpinisti con il marchio infamante (o che loro credono tale) di “scalpellini”, solo perché aprono vie con molti chiodi o con chiodi a pressione.
Costoro forse non sanno che gli scalpellini, i fabbri, i manovali, fanno il loro lavoro su ordinazione, per questo lavoro vengono pagati e nell'eseguirlo non corrono alcun rischio, né dormono una notte, dico una, fuori da un comodo Ietto. Proprio come coloro che aprono le tanto discusse “vie ferrate”… Costoro al contrario sono degli artisti, scultori e poeti. Tra chi apre una nuova via per un profondo bisogno interiore ed in essa cerca di trasfondere tutta la sua forza, la sua morale, la sua concezione dell'alpinismo dando tutto se stesso senza nulla ottenere; fra costui, dico, ed uno scalpellino vi è una bella differenza. La stessa che vi è fra uno scalpellino ed uno scultore, fra uno scribacchino ed un poeta, i quali pur facendo lo stesso lavoro manuale producono cose completamente differenti: comuni e banali le une, ricche di un profondo contenuto spirituale ed estetico te altre.
Solo quando si sentiranno dialoghi di questo tipo, si potrà parlare di scalpellini:
— E’ lei...?
— In persona.
— Mi hanno detto che lei è il miglior chiodatore della zona.
— E il meno caro.
— Mi servirebbe una via.
— A pressione?
— Naturalmente.
— Dove la vuole?
— Sulla parere sud del Pagaben.
— Benissimo. Di che lunghezza?
— 200 metri.
— Una o due cordate?
— Meglio una. E la spesa?
— Facciamo subito. Dunque, 200 metri a 500 lire il metro, che è la tariffa minima, sono centomila lire. Poi ci sono i bivacchi.. tre dovrebbero bastare. A diecimila lire l'uno sono trentamila lire. I chiodi sono compresi nel prezzo. Ecco fatto. Con 130.000 lire, massimo 150 se ci sono imprevisti, lei avrà la sua bella via.
— Perbacco, davvero poco!
— Modestamente… E come la vuol chiamare?
— Col mio nome, naturalmente.
— Benissimo. Per il pagamento metà subito, e metà ad impresa compiuta.
Ecco. Quando gli alpinisti saranno ridotti a tal punto avranno ragione coloro che spregevolmente li chiamano “scalpellini” e “fabbri”. Ma fino a quando una nuova via nascerà come prepotente bisogno di un uomo che cerca di esprimere se stesso, l'alpinismo vivrà. E chi oserà chiamare scalpellini gli alpinisti rivelerà a tutti la sua meschinità. La meschinità di chi non capisce la differenza che c'è fra un fabbro ed uno scultore, fra uno scalpellino e Michelangelo.

venerdì 30 marzo 2018

ANGELO URSELLA


Nell’estate 2012 incontro, al termine di una conferenza, Sergio De Infanti (che con Angelo Ursella stava tentando la parete N dell’Eiger) e privatamente gli chiedo di raccontarmi qualcosa su Ursella che non avrei mai trovato in un
libro. De Infanti borbottò qualcosa di poco comprensibile e poi esclamò: Mi manca da morire!

Ursella aveva compiuto numerose salite solitarie per via del fatto che non riusciva a trovare compagni di cordata. Pubblicò persino un articolo sulla Rivista del CAI nel quale cercava soci. Arrampicò diverse volte con Samuele Scalet. Molto belle sono le parole che Ursella spende nel suo diario per descrivere l’amico.

Nella notte fra il 16 e il 17 luglio ’70, ferito gravemente dopo un volo di 30 m, dovuto al cedimento del terrazzino e dei chiodi di auto-assicurazione, moriva sulla parete N dell’Eiger, tra l’infuriare di una tremenda bufera, Angelo Ursella, una delle più fulgide speranze del nostro alpinismo.
Era a trenta metri dal nevaio sommitale: a questo punto era giunto dopo due soli giorni di arrampicata effettiva!
La sua attività, qualitativamente, era stata eccezionale.
Dopo breve tirocinio nelle palestre, inizia nella primavera del ’67 con la solitaria della Cassin alla Piccolissima di Lavaredo. Durante la discesa a corda doppia, lungo la stessa via, il primo incidente: un sasso lo colpisce alla testa ed egli arriva esausto e sanguinante al rifugio Auronzo; salvo per miracolo!
Uscito dall’ospedale, ricomincia con accanimento l’allenamento e, dopo la Preuss alla Piccolissima, sale a ferragosto lo Spigolo Giallo.
Nel ’68 a Pasqua, inizia con la Myriam e la diretta Franceschi alle Cinque Torri. In giugno sale e scende da solo lungo la Cassin alla Piccolissima ed effettua quindi la prima solitaria dello Spigolo degli Scoiattoli alla Ovest di Lavaredo, con un bivacco nella bufera, e riportando congelamenti di secondo grado alle mani. In luglio, con le mani ancora piagate, rifà li Spigolo Giallo. Poi è la volta della Hasse-Brandler alla Nord della Grande di Lavaredo. Segue la prima solitaria (e 3a. ascensione) della direttissima alla Punta Giovannina nelle Tofane per la via Ivano Dibona, in 5 ore.
Il ’69 inizia con la solitaria alla Myriam (Cinque Torri) e alla Maestri-Baldessari alla Roda di Vael, in 7 ore. Sempre da solo sale lo Spigolo N dell’Agner, pure in 7 ore.
Ecco poi il suo esordio nelle Occidentali: sale la via Cassin alla Punta Walker delle Grandes Jorasses.
A ferragosto sale la via Carlesso alla Torre di Valgrande, in Civetta, e nel ritorno un banale incidente sul sentiero gli procura una distorsione al ginocchio e un mese di penosa inattività.
Riprende con la Comici al Campanile II di Popera, con lo spigolo Demuth alla Cima Ovest di Lavaredo e con la S della Tofana di Rozes (via della Julia) ove traccia una più diretta e difficile variante. Conclude la stagione salendo da solo i 1600 m della N dell’Agner (via Iori) nello sbalorditivo tempo di 5 ore effettive.
La sua tecnica, in continua evoluzione, sta ormai per raggiungere la perfezione e così anche i tempi di arrampicata si riducono notevolmente.
Nel dicembre del ’69 esordisce nel meraviglioso e sbalorditivo regno delle invernali. Effettua due prime invernali sul Bila Pec (Alpi Carniche). Nella prima (un V grado), è costretto a un bivacco sulla cima, in mezzo alla bufera e nella seconda (una via in arrampicata artificiale) un chiodo che si sfila lo costringe a un volo fuori programma.
Nell’aprile ’70 è respinto, in un tentativo di vie nuove, dalla Terza Pala di S. Lucano. Dopo esser salito 900 m, a 400 m dalla cima placche lisce lo costringono alla ritirata: indispensabile la chiodatura a pressione: ma a questo patto preferisce rinunciare. Per ora non ne vuol sapere di chiodi a pressione. Li userà, forse, quando avrà fatto tutto ciò che è umanamente fattibile con i mezzi tradizionali.
Non si sentiva degno di usarli perché – diceva – prima uno deve fare tutto ciò che è possibile in arrampicata tradizionale. Ma, conoscendo la sua coerenza e la severità di giudizio nei suoi confronti, c’è veramente da credere che mai li avrebbe usati.
A fine maggio apre nelle Alpi Carniche tre nuove vie estreme; poi inizia la preparazione per l’Eiger, preparazione che si concretizza con sei vie nuove; con la Costantini alla parete del Pilastro di Rozes e con una nuova, meravigliosa via al Dain (Brenta).
Poi… l’Eiger!
Era nato a Buia, in provincia di Udine, 23 anni fa.
Dalla fine del ’69 apparteneva al Gruppo Alta Montagna della Sezione CAI-UGET di Torino. All’inizio del ’70 ritirava a Roma un premio di L. 100.000 vinto per essersi classificato nei primi posti a un concorso fra lavoratori-alpinisti. Ricevuto dal Papa, gli prometteva di fare al più presto… la Paolo VI al Pilastro di Rozes: ma non potrà mantenere la promessa!
Stava per arruolarsi come finanziere nella Scuola Alpina di Predazzo: voleva donare tutto se stesso alla montagna e, con i mezzi e il tempo che avrebbe avuto a disposizione, sarebbe definitivamente esploso.
Era forte, buono, sano, amico, umile. Ecco: umile.
E’ la dote che in lui più rifulgeva. Una umiltà non voluta e faticosamente imposta, bensì spontanea, naturale. Avrebbe ben avuto il diritto di sentirsi fiero delle sue imprese e invece non si considerava nemmeno un alpinista.
Mi considererò tale, diceva, solo dopo aver aperto vie nuove di sesto grado. E queste vie le aveva aperte, ma continuava a dire, alludendo alla Preuss alla Piccolissima, che dobbiamo sentirci tutti piccoli, piccoli così.
Pur non avendo conosciuto l’odio, la meschinità e la polemica, non riusciva proprio a comprendere come molti denigrassero e sottovalutassero le vie classiche.
Una volta divenne letteralmente furioso, quando qualcuno gli disse che il passaggio finale della via normale alla Piccola di Lavaredo era di una facilità irrisoria.
Lui lo considerava un buon passaggio di IV e, osservando gli appigli unti e ‘consumati’, non si può certo dargli torto e affermare che qualcuno non ci sia scorticato le unghie. Lui, che saliva in arrampicata solitaria le pareti più vertiginose e superava gli strapiombi più pazzeschi, s’indignava per così poco!
Ma se era poco in linea pratica, era molto in linea di principio.
Questo era Angelo Ursella!
E così lo ricorderanno tutti coloro che hanno avuto l’onore di conoscerlo e di legarsi alla sua corda, che saliva gioiosa e veloce verso la felicità e le bellezze delle cime; cime sulle quali solamente Angelo si realizzava compiutamente.

MARY VARALE

Quante volte, durante la ricerca della via da ripetere nel fine settimana, è comparso il nome di Mary Varale? Quante volte il suo nome è a fianco di personaggi di altissimo livello come Cassin, Comici, Andrich?
Eppure in pochi sanno che Mary Gennaro Varale aprì nel 1934, con Andrich e Bianchet, una via di sesto grado sul Cimon della Pala (Pale di San Martino). Un’impresa di assoluto rilievo che però venne in toto snobbata dal CAI che quell’anno decise di assegnare la medaglia d’oro a Chabod. Era evidente che il CAI non volle premiare l’impresa per via del fatto che era stata compiuta con una donna.
Visto il diniego, la battagliera Mary rivolge al presidente della sua sezione, Francesco Terribile, queste coraggiose parole:

Milano, 20 luglio 1935
Caro Signor Terribile,
non si stupisca della lettera di dimissioni, anzi la prego di non insistere perché le ritiri ma di mandarmi subito il benestare che mi occorre per ragioni personali. Sono profondamente disgustata della persecuzione contro di me da quei buffoni della Sede Centrale che hanno negato la medaglia ad Alvise [Andrich, ndr]soltanto perché ha avuto la colpa di scegliere come compagna di cordata l’odiata signora Varale. Nelle proposte fatte nel mese di febbraio Alvise c’era; poi hanno fatto i giochi dei bussolotti per cacciarlo fuori e hanno scoperto la formula delle 3 salite ogni anno come ha dichiarato il generale Vaccaro a mio marito.
Il generale ha detto che la proposta di sole tre medaglie è proprio venuta da Manaresi e che tiene a sua disposizione il documento .L’ingiustizia dell’esclusione della punta Civetta e del Cimon de la Pala è troppo grossa e dimostra che c’è il partito preso per farci del male dopo aver sfruttato le nostre fatiche e il rischio della morte per prendere lui l’onorificenza al merito sportivo (Manaresi!) Nota: si fece conferire la medaglia! In questa compagnia di ipocriti e di buffoni io non posso più stare, mi dispiace forse di perdere compagnia dei cari compagni di Belluno, ma non farò più niente in montagna che possa rendere onore al Club Alpino dal quale mi allontano disgustata anche per un ‘altra ingiustizia commessa col rifiutarmi un articolo. Se le importa sapere e farlo sapere, le dico che Chabod davanti ai miei occhi è volato sul quarto grado in Grigna e l’altro ci ha messo venti minuti per fare un passaggio che noi passiamo in 30 secondi. Evviva le medaglie d’oro!
Mi saluti gli amici e abbia di me il buon ricordo che io ho dei bellunesi. Cordiali saluti a lei e alla sua signora.
Mary Varale

venerdì 23 marzo 2018

MISURE DIVERSE

La recente avventura di Matteo Della Bordella in Patagonia mi ha fatto tornare indietro nel tempo.
Ho riavvolto il nastro dei ricordi e portato alla luce una fotografia e un testo.
La fotografia a molti non dirà nulla. A me ricorda gli spazi ampi e infiniti di quella parte di mondo che molti conoscono solo per via di montagne ultra fotografate. Ma la Patagonia è tutt'altro, forse anche uno stile di vita.
Il testo invece è di Gino Buscaini e insegna a misurare il tempo con altre unità di misura.
Grazie Matteo per le emozioni che mi hai trasmesso con la vostra salita.E naturalmente, complimenti!


MISURE DIVERSEdi Gino Buscaini
La Patagonia è immensa.
Il suo spazio è infinito, un infinito che si misura con ore a piedi o a cavallo, scardinando dolcemente sotto le suole o sotto gli zoccoli, quasi senza avvertirlo, metri, tachimetri, orologi, abbandonandoli affogati nelle paludi e nei guadi.
Aste, molle, rottelline e chip, connessioni di un sistema che non serve, di disintegrano nell’immensità.
Lo spazio si misura con filari di pioppi, che con i loro tronchi rugosi stanno fermi tra i coltivi, le steppe e le piste sterrate; poi si misura con le impronte fugaci di cani, buoi, cavalli, carri e biciclette, di piedi scalzi di bambini. Tre piedi scalzi = due piedi calzati.
La velocità non ha nessuna importanza, quindi non esiste, nemmeno quella delle automobili. In Patagonia si può camminare in mezzo alla strada, dove c’è.
Quando arriva un’automobile, un turbine di polvere l’annuncia all’orizzonte, ma la sua velocità non ha importanza poiché quando passa di solito si ferma e qualcuno dice ‘qué tal?’, cioè domanda come va.
Allora si vede anche che l’automobile può essere senza targa. Se non si ferma, è solo un turbine che passa e non si vede niente.
La misura del tempo, tic tac tic tac, sono gli zoccoli svelti del cavallo che passa di primo mattino, sono grida di otarde e di galline, sono il viaggio diurno delle ombre e il viaggio delle stelle per chi si sveglia la notte.
Il tempo non scorre dal passato ma viene incontro dal futuro.
Viene incontro con il vento, pulsa con le turbolenze delle raffiche e con gli stacchi delle calme improvvise. Dipinge gli animi con nubi cariche di colori, dove i plumbei più foschi si alternano ai celesti più tenui, con nubi che mutevoli sfilacciano le loro forme, stemperano le tinte, portano ed esauriscono le tempeste.
Il vento è la misura della vita ed è onnipresente: avvolge di polvere e luce la cordigliera, la pampa e tutti gli altri cammini.

martedì 20 marzo 2018

MICHELE BETTEGA

Mi trovo, quasi per caso, il necrologio di Michele Bettega e ne resto colpito. Diverse le particolarità: dalla ‘spaventosa’ età della celebre guida al numero di volte che ha toccato la vetta del Cimon della Pala.
Ma la cosa che più spiace è che nel necrologio non si fa minimamente cenno al fatto che fu lui, con Bortolo Zagonel e Beatrice Tomasson a conquistare nel 1901 la parete sud della Marmolada.
Oltre al necrologio riporto la trascrizione e la traduzione del libretto guida di Bettega nonchè la fotografia del libretto e il martello di Zagonel utilizzato durante la celebre scalata. Il martello, che forse meriterebbe una teca in vetro al museo di Messner, riposa, per una serie di fortunate coincidente, nella piccola biblioteca di Will.

E’ morto Michele Bettega; la guida alpina che da vari anni s’era ritirato nella sua Fiera di Primiero dove viveva dei luminosi ricordi della sua carriera d’eccezione, tutta un susseguirsi di vertiginose scalate per vie inesplorate. Fra i suoi mondi, ch’egli amava francescanamente come un immenso tempio, il decano delle guide alpine ritrovava la dolcezza dell’estasi, nella contemplazione dell’orizzonte di vette, che fin da fanciullo aveva imparato a guardare con occhio di poeta e a venerare con purezza di asceta.
Michele Bettega, spentosi a 85 anni avendo conservata fino all’ultimo momento la più integra lucidità, era stato davvero una tempra d’eccezione. Nella sua lunga attività di guida alpina, giustamente celebre, egli aveva fatto ben 206 volte il Cimon della Pala, e per quasi 50 anni aveva scalato tutte le vette dolomitiche, spesso conquistandole per primo. La sua umiltà rude e bonaria gli aveva guadagnato l’amicizia di personalità illustri, che apprezzavano oltre alla sua rara abilità professionale, il suo mistico amore per la montagna.
Venti anni fa durante una drammatica scalata notturna, mentre guidava sulla parete del Colbricon Grande gli esploratori italiani del 58° Fanteria, il Bettega restava incrodato, sì da non poter procedere che con l’aiuto d’un riflettore che da lontano guidava gli ardimentosi. Per evitare i tiri nemici il riflettore dovette essere spento per oltre mezz’ora inchiodando nel buio il Bettega che si trovava in una posizione falsa coi nervi contorti in uno spasimo atroce, e che uscì dall’eroica avventura con una gamba inservibile.
Da allora la guida insuperabile dovette rinunciare alle audaci ascensioni sulle vette, alle quali ripensava con grande nostalgia. Il suo amore per la montagna, come per tutte le cose irrimediabilmente contese, s’ingigantì. Fu l’istruttore di tutte le guide di Fiera di Primiero. Un inglese lo chiamò in Inghilterra per istruirvi delle guide del luogo, ove rimase un anno. Re Alberto del Belgio lo volle sua guida per la Svizzera. Guido Rey lo ricorda in uno dei suoi libri glorificanti la montagna.

Una delle sue glorie maggiori era il ricordare che la SAT nacque quando egli era giù guida da dieci anni, e che la prima ascensione sociale fu guidata da lui, al Cimon dalla Pala, dal Ghiacciaio della Vezzana. Egli ripeté 22 volte quell’ascensione, che ben pochi hanno potuto compiere. Il Bettega conosceva tutte le imprese della patriottica Società, per averle vissute con cuore d’irredento e ha lasciato quattro libri di diari delle sue fatiche, di impressioni e di frasi di ammirativa riconoscenza da parte di numerose personalità, in dono alla SAT che giustamente ritenne quale migliore depositaria della sua eredità spirituale.
Martello di Bortolo Zagonel utilizzato nel 1901 per la scalata della parete Sud della Marmolada 

LIBRO GUIDA DI MICHELE BETTEGA
MARMOLADA – PARETE SUD
First ascent of the Marmolata by the South (rock) Wall. The ascent was made (with Bortolo Zagonel as 2nd guide) directly from Ombretta Pass, slightly to the east of the culmination of the Pass. The first two thirds of the way in my opinion is the most difficult that I had ever met in the Dolomites, requiring more strength, skill, endurance and courage than anything I know.
The remainder of the ascent would have been easier but for a storm of thunder, hail and snow, which made it more difficult and dangerous.
We were 12 hours on the rocks, descending by the Glacier to Fedaia, the last few hours were a test of endurance so we were all wet through on a high and very cold wind.
Bettega led for the first two thirds of the way and excelled even himself in every way, conquering apparently insuperable difficulties with this usual – unfailing -  courage and skill.

Beatrice Tomasson

“Prima ascensione della parete sud (di roccia) della Marmolada. La salita è stata compiuta (con Bortolo Zagonèl come seconda guida) direttamente dal Passo Ombretta, leggermente sulla destra rispetto alla sommità del passo. Secondo me i primi due terzi della salita sono il tratto più difficile che io abbia trovato in Dolomiti, in quanto richiedono più forza, abilità, costanza e coraggio di qualsiasi altra salita io conosca. Il resto dell’ascensione sarebbe stato più facile se non fosse scoppiata una bufera con fulmini, grandine e neve, che lo rese più difficile e pericoloso.
Rimanemmo 12 ore sulla roccia, discendendo per il ghiacciaio fino alla Fedaia; le ultime poche ore furono una vera prova di resistenza perché eravamo tutti fradici e schiaffeggiati da un vento forte e molto freddo.
Bettega stette in testa per due terzi della salita e fu veramente ottimo sotto ogni aspetto, perché seppe superare difficoltà apparentemente insormontabili con il solito immancabile coraggio e la sua abilità”.
Beatrice Tomasson
Michele Bettega


Libretto di Michele Bettega




sabato 7 ottobre 2017

ROCCA SBARUA E MONTE TRE DENTI




di Gian Piero Motti
La necessità di avere delle buone guide anche per le palestre, si è fatta notevolmente sentire in questi ultimi anni. La funzione importante che assume la palestra nell’alpinismo moderno è ormai palese ed unanimemente riconosciuta. Il terreno della palestra permette di mantenere un allenamento fisico e tecnico per tutta la durata dell’anno, permette di acquisire e di sperimentare nuove tecniche di arrampicata, permette in definitiva di arrampicare anche quando le condizioni dell’alta e media montagna sono proibitive.
Tuttavia la palestra crea anche degli svantaggi piuttosto notevoli. La possibilità di percorrere per decine di volte le stesse vie e gli stessi passaggi, può portare ad una sopravvalutazione di se stessi, con una conseguente affermazione di una ideologia del tutto particolare, quanto mai dannosa.
La palestra diviene “il fine” e non più “il mezzo”, il banco di scuola su cui imparare a leggere e a scrivere. Si giunge al culto dell’IO, al reuccio domenicale che volteggia con leggiadria su tetti e strapiombi, in un intricato gioco di corde e di staffe.
La possibilità di ripetere ogni passaggio un numero infinito di volte, la conoscenza particolareggiatissima di ogni minima struttura della parete permettono di acquisire sempre maggior sicurezza, con un conseguente disprezzo per la montagna facile e con la convinzione che l’alpinismo altro non sia se non un modo di mettere in pratica su più larga scala quelle esercitazioni più adatte ad una palestra ginnica che ad una montagna.
Soprattutto fra i giovanissimi la palestra può assumere un fascino particolare, date le eccitanti sensazioni che possono ricavarne; così ci limitano ed esauriscono la loro attività esclusivamente in palestra, tralasciando e disprezzando altre importantissime e meravigliose attività, quale ad esempio lo sci-alpinismo.


Si giunge al punto di trascurare l’arrampicata libera e ci si butta subito sull’artificiale, dove è più facile ottenere risultati vistosi; e questo forse è il danno più grave che viene dalla “ideologia della palestra”. Ne deriva la conseguenza che alcuni giovanissimi in brevissimo tempo sono in grado di percorrere con apparente dimestichezza itinerari in arrampicata esclusivamente in artificiale, mentre sono rimasti ai primi rudimenti dell’arrampicata libera, che è fondamentale.
I risultati non tardano a farsi vedere. Recentemente, proprio alla Rocca Sbarua e ai Denti di Cumiana, alcuni passaggi in arrampicata libera di media difficoltà (IV, V) sono stati rovinati e sviliti con l’infissione di numerosi chiodi ad espansione. La scusa apportata in difesa di questa, che io definisco brutalizzazione dell’arrampicata libera, è (sic!) di rendere più sicuri i passaggi e l’assicurazione.
La difesa è per lo meno ridicola, in quanto tutti i passaggi si prestano all’infissione di chiodi normali; diciamo piuttosto che qualche staffista di chiara fama, trovatosi di fronte ad un modesto quarto superiore o peggio terzo superiore e non avendo la possibilità di chiodare, ha impugnato il perforatore e da buon manovale ha cominciato a sforacchiare la roccia, facendo violenza allo spirito dell’alpinismo e a se stesso.
E’ vero, il discorso porterebbe troppo lontano e qualcuno potrebbe obiettare che l’alpinismo è una attività impostata alla massima libertà. Certo, ma anche in palestra chi si accinge ad affrontare un passaggio o una via deve essere in grado di farlo senza ricorrere a questi meschini mezzucci. Altrimenti la deleteria abitudine si diffonderà anche in montagna e purtroppo gli esempi non mancano. La base deve essere sempre l’arrampicata libera, spinta ai limiti estremi prima che sia lecito infiggere chiodi ed usare staffe. Ma forse i tempi cambiano; l’arrampicatore pinerolese Luigi Bianciotto superava la prima lunghezza di corda dello spigolo, che ora porta il suo nome, senza usare un solo chiodo; oggi non è raro vedere lo stesso passaggio superato con abbondante uso di chiodi e di staffe. E questo solo per citare un esempio.
Lascio questo discorso forse spinoso, ma necessario, e torno alle nostre palestre. Ultimamente alcuni amici mi hanno convinto ad assumermi la presunzione di scrivere questa guida della Rocca Sbarua e dei Denti di Cumiana; ho accettato volentieri, in quanto la zona è meritevole di una guida e soprattutto perché di anno in anno vede aumentare notevolmente il numero dei frequentatori. Quindi le pubblicazioni precedenti non soddisfano più allo scopo e tanto meno si rendono utili le vaghe indicazioni di qualche amico o le sporadiche relazione tecniche che raramente appaiono su qualche pubblicazione sezionale.
La Rocca Sbarua è forse la palestra preferita dai torinesi; non parliamo poi dei pinerolesi, che addirittura ce l’hanno sulla porta di casa.
Numerosi sono i fattori che hanno contribuito a questa preferenza: il comodo accesso, la favorevole esposizione, la magnifica e ottima roccia, la possibilità di aprire e di percorrere itinerari che abbracciano tutta la scala delle difficoltà, etc.


Per trovare le prime notizie alpinistiche sicure a riguardo della Sbarua, dobbiamo risalire fino al lontano 1927; nel diario alpinistico del compianto e valoroso alpinista pinerolese Ettore Ellena, troviamo le prime notizie di ascensioni a scopo di allenamento su roccia agli speroni del Monte Freidour. A fianco di Ellena cominciarono a frequentare la zona alcuni alpinisti pinerolesi: Dassano, De Servienti, Borgna ed altri. Ad essi si deve forse la prima salita della via normale.
Frattanto la voce si diffonde anche nell’ambiente torinese, che già cominciava ad arrampicare sulle rocce dei Denti di Cumiana. Le “vecchie” palestre come Rocca Sella o Le Lunelle, ormai non soddisfacevano più alle esigenze della fortissima scuola torinese che allora andava sorgendo. C’era la Parete dei Militi, ma era troppo lontana e soprattutto impraticabile in inverno; si scoprirono le Courbassere e il Monte Plu in Val di Lanzo, ma fu proprio la Sbarua ad avere fortuna.
Le sue ruvide placche videro arrampicare i più bei nomi di quel periodo glorioso dell’alpinismo torinese: Boccalatte, Gervasutti, Riviero, Ravelli, Ronco, Zanetti, e l’elenco potrebbe continuare. Le loro vie, ancora oggi, sono modelli insuperati di logica e di eleganza.
A poco a poco, dopo i tristi ed irreparabili lutti dell’ambiente torinese, nuovi nomi vengono alla ribalta; l’arrampicata artificiale va sempre più affermandosi e permette di risolvere i “grandi problemi” della Rocca.
La Sbarua diventa la palestra abituale di Mellano, Rabbi, Rossi, Ribetti, Mai, Prato, Barbi, Risso. Su tutti spicca la personalità di Guido Rossa, che validamente coadiuvato dai suoi compagni, attacca e risolve i problemi ancora insoluti.
Assistiamo ad una vera e propria rinascenza dell’alpinismo torinese.
Cede la Torre del Bimbo, cede lo spigolo centrale ma la liscia ed imponente parete giallastra che caratterizza la Rocca, sembra resistere a tutti gli assalti; forse erano stati proprio i suoi strapiombi a “sbarùè” (spaventare) i primi salitori della Rocca, cosicchè restò il nome “Rocca Sbarùa”.
Umberto Prato attacca nel settore destro della parete, supera il tratto più difficile, ma non esce in vetta. La sua via sarà ripresa e conclusa ai giorni nostri da Paolo Armando e Fredino Marengo.
Guido Rossa attacca al centro, con Corradino Rabbi e giunge fin sotto il grande tetto sopra i lisci ed enormi placconi giallastri; tenta di aggirare il tetto a destra, ma non vi riesce. I due sono costretti ad una rocambolesca ritirata lungo la parete.

Rossa ritenta con Alberto Risso e con Franco Ribetti, ma solo con Ottavio Bastrenta riuscirà a concludere la via, che ancora oggi è l’itinerario esteticamente più bello di tutto il gruppo. Per superare alcuni tratti assolutamente lisci fanno uso di chiodi ad espansione allo stato abortivo, ossia di tondini e di bulloni infissi in un foro praticato nella roccia. E’ la prima volta che accade nelle palestre torinesi e l’esempio darà i suoi frutti, buoni e cattivi.
Oggi la possibilità di aprire nuovi tracciati va a poco a poco estinguendosi e siamo prossimi alla saturazione. Forse l’ultimo problema suggerito dalla logica viene risolto da Gian Carlo Grassi e da Gian Piero Motti con il superamento della parete sud del Torrione Grigio.
Alcuni cominciano a rivolgere le loro attenzioni a nuove palestre che possano offrire terreno vergine alla loro azione; viene così scoperta la palestra “moderna” del Bec di Mea in Val di Lanzo e viene riscoperto il Monte Plu.
Nelle mie scorribande festive e feriali ho percorso un po’ tutte le vie della Sbarua e dei Denti e ho accumulato una discreta esperienza, che mi ha indotto a scrivere questa guida.

martedì 27 giugno 2017

PREALPI LOMBARDE


INTRODUZIONE
di Alessandro Spinelli

I libri, come tutti noi, hanno una storia. E la storia di questo libro parte da lontano, ben centoquarant’anni fa, per attraversare tre importanti anniversari; anzi, quasi quattro. Corre l’anno 1877 quando quella che è probabilmente la prima guida alpinistica italiana, la Guida alle Prealpi Bergamasche di Antonio Curò, vede la luce. Nella bella introduzione, Antonio Stoppani ben evidenzia l’utilità di un itinerario (leggi: guida) affidabile o – se preferite – i problemi legati alla sua mancanza:

Bisognerebbe che tu avessi un maggior numero di capelli bianchi che di neri o di biondi, per cui potesi dire com’altri d’aver dovuto, venti o trent’anni or sono, percorrere queste vallate, arrampicarti su quei gioghi solitari, per apprezzare il valore di un itinerario, il quale ha per lo meno il merito di essere il primo. Quante volte quel tale ch’io non nomino, dopo aver viaggiato le ore promesse dal primo montanaro che incontrava per via, trovassi più di prima lontano dalla meta. Più di una volta gli accadde, affidandosi alle indicazioni di gente la quale, come in genere i montanari, non ha misura né di tempo né di spazio, vide imbrunirsi l’aria tra deserti di rupi, e dovette benedire il lugubre ululato del cane se poté trovarsi nel più fitto della notte alla porta di una stamberga.

Il volumetto si dilunga nella descrizione degli accessi al fondovalle, tra “ruotabili”, “sentieri mulattieri” e tratti da percorrere “anche con cavalcatura”, ma si anima degli itinerari di salita alle cime tra Adda e Oglio lungo quelle che diventeranno le vie normali.
Passano sessant’anni e l’alpinismo si ritrova cresciuto. Nel 1937 è in vendita al prezzo di lire 20 (per i soci CAI) la guida delle Grigne, quarto volume della celeberrima seconda serie della Guida dei Monti d’Italia, autore Silvio Saglio. Nelle quasi trecento pagine dedicate alla parte alpinistica trovano posto circa centocinquanta vie di salita, accanto alle facili ascensioni. La disposizione della materia, definita dalla apposita Commissione del CAI e che costituirà la falsariga delle guide alpinistiche successive, si dipana con rigore enciclopedico: parte generale con informazioni che spaziano dall’economia della zona ai rifugi e parte alpinistica con descrizione, tempo stimato e difficoltà di tutte le vie che solcano le pareti.
Sempre Saglio, nel 1948, firma il decimo volume della Guida Monti d’Italia, sulle Prealpi Comasche, Varesine, Bergamasche. La guida consta di più di centoventi itinerari alpinistici nella zona di nostro interesse ed è frutto di una gestazione alquanto complessa che, iniziata nel 1934 ed interrotta dal periodo bellico, porterà ad escludere dal volume le Prealpi Bresciane e la fascia delle Alpi di confine con la Valtellina, per motivi di spazio e di relativo costo (che alla fine risulterà di 640 lire per la rilegatura in tela). Se le Prealpi Bresciane dovranno attendere il nuovo secolo per prendere posto nella collana, le Alpi Orobie sono destinatarie del volume pubblicato esattamente sessant’anni or sono, nel 1957; volume oggi piuttosto ricercato (ma all’epoca in vendita a 2500 lire) ancorché non esente da difetti, essendo basato sostanzialmente sulla bozza del 1938: salite non aggiornate, indicazioni di difficoltà assenti o sommarie.
Nel 140°, 80°, 69° (accidenti!) e 60° anniversario, queste guide si vogliono qui ricordare per il caldo amore non più superato onde sono pervase (A. Corti nella guida delle Orobie, p. 184). Tuttavia, se lo scopo del vostro odierno compulsare non è solo il ricercar salite ormai neglette o dare una paternità a quei chiodi oggi sempre meno visitati, se pensate come Stoppani che queste montagne, belle a vedersi da lontano, sono più belle a percorrersi e legittimamente cercate una fonte attendibile a cui votarvi, dobbiamo ammettere che il panorama è quantomeno frammentario: solo la zona delle Grigne gode di buona salute letteraria, mentre le valli bresciane possono vantare un volume della Guida Monti d’Italia del 2004 e le Orobie mai hanno avuto una guida alpinistica aggiornata. Pubblicazioni a carattere locale ed il web suppliscono dove possono, con i loro pregi e limiti.
Il corrente volume si propone di colmare cotal lacuna, in ideale continuità con le amate guide che lo hanno preceduto, ma con un’impostazione più attuale: il contenuto è squisitamente alpinistico, limitando le informazioni addizionali allo stretto necessario per l’orientamento ed evitando l’aneddotica, assai problematica in una zona così ampia. Inoltre, seguendo una linea editoriale già rintracciabile nelle guide degli anni ’70, si presenta qui una (ricchissima) selezione di itinerari, scelta obbligata sia per l’impossibilità di contenere tutte le linee di salita in un unico volume, sia perché alcune vie rivestono oggi un interesse puramente storico e non sono più frequentate. Il risultato è sotto i vostri occhi: trecentocinquanta itinerari dove il chiodo convive con il fix e su cui relazione, schizzo e fotografia conducono il lettore per mano, alla riscoperta delle “nostre” montagne. Ché patria nostra (come dice l’abate) sono le montagne.


RINGRAZIAMENTI

Redigere una guida monografica è un lavoro molto complesso. Molto più facile sarebbe confezionare una selezione di salite scelte. Qualora si voglia relazionare alla perfezione un luogo, piccolo o grande che sia, è fondamentale costruire relazioni con altre persone: apritori, rifugisti o semplicemente ripetitori che come me hanno vissuto un’intensa storia d’amore con una vetta, una parete o semplicemente una linea.
È un lavoraccio anche nell’era di Facebook e dei cellulari, ma quando si giunge alla fine del lavoro, ci si rende conto che la guida non è un più il fine ma il mezzo per far nascere e costruire nuove amicizie.
Chiunque ho interpellato per avere informazioni mi ha dato più di quello che cercavo. Dire grazie a ciascuno di loro è quanto mai importante. Per questioni di spazio mi è impossibile ringraziare ogni singola persona ma non posso non spendere qualche parola in più per: Luca Galbiati, oltre che essere il cofondatore di sassbaloss.com è il mio storico compagno di cordata. Con lui ho percorso metri e metri di corda condividendo sogni, pareti e avventure in giro per mondo. Luca potrebbe essere considerato a tutti gli effetti il co-autore di questa pubblicazione perché buona fetta degli itinerari qui presentati sono stati da lui percorsi in cordata con Claudia, sua moglie. Grazie di cuore per tutto.
Grazie ad Alessandro Spinelli, che è stato compagno di cordata in oltre 150 vie. L’affiatamento che abbiamo raggiunto in parete è notevole e ci ha permesso, in questi anni, di condividere tante belle salite. L’introduzione che ha scritto per questo volume è la testimonianza del suo amore per queste montagne. Da qualche anno ha aperto un blog che merita di essere seguito: alessandrospinelli66.blogspot.it.
Grazie ad Andrea Gaddi per aver insistito, per ben 3 volte, perché accettassi di redigere questa guida. All’inizio le incertezze erano molte e la voglia di interrompere il lavoro spesso si è materializzata in questi ultimi mesi. Andrea ha saputo spronarmi nel modo corretto.
Grazie ai miei genitori, Francesco ed Elisabetta e a mio fratello Andrea. Loro sono la mia famiglia e negli ultimi anni ho (finalmente) preso coscienza di quanto siano importanti nella mia vita. La montagna difficilmente incrocia le loro giornate ma il supporto e l’incoraggiamento a questo lavoro non è mai mancato.

Grazie a:
Giangi Angeloni, Luigi Baratelli, Mafalda Bortolotti, Sandra Bottanelli, Alfio Brugnoli, Omar Brumana, Pietro Buzzoni, Marco Capretta, Anita Cason, Matteo Cattaneo, Michele Cisana, Valentino Cividini, Stefano Codazzi, Michele Confalonieri, Carlo Cortinovis, Alberto Damioli, Romele Facchinetti, Ivan Facheris, Claudia Farruggia, Ivo Ferrari, Raffaele Ferrari, Diego Filippi, Massimo Fogazzi, Francesco Fusi, Rubens Gallizioli, Emanuele Gerli, Marco Gnaccarini, Paolo Grisa, Mattia Imberti, Giacomino Longhi, Guglielmo Losio, Ivan Maghella, GianMaria Mandelli, Davide Martini, Luca Mich, Francesco Milani Capialbi, Riccardo Mulazzani, Giovanni Noris Chiorda, Maurizio Panseri, Simone Parietti, Diego Pezzoli, Walter Polidori, Ambrogio Riva, Simone Rossin, Tommaso Rubbi, Ennio Spiranelli, Marco Taboni, Cristian Trovesi, Fabio Stabilini, Francesco Vascellari, Fulvio Zanetti, Paolo Zanga, Emiliano Zorzi, Istruttori della Scuola di Alpinismo Scialpinismo e Arrampicata Libera Valle Seriana.