mercoledì 26 settembre 2012

ISTANTI



di Matteo Will Bertolotti
Il sole è basso e i suoi tiepidi raggi non raggiungono ancora le nostre mani, che con lentezza pongono nello zaino la ferramenta, che ci permetterà di giocare con il nostro equilibrio e con le nostre emozioni.
Il sentiero è ripido. Oggi pare che lo sia ancora di più. Tutti noi siamo per l’ennesima volta in agitazione per il mondo capovolto con cui presto, ci confronteremo.
Con Paolo e Luca parliamo di progetti. Apriamo lentamente il cassetto dei sogni per paura, che tutta la magia che è custodita al suoi interno svanisca in fretta. Qui c’è tutta la nostra intimità e man mano che saliamo verso l’attacco, iniziamo a condividerla sicuri che non verrà dispersa.
Emozioni semplici ma vere. Sogni che forse un giorno diventeranno realtà. Sogni a volte posati su delle fondamenta non ancora gettate. Sogni a volte fondati nella semplicità della vita quotidiana. Una semplicità che ci permette di assaporarne il vero valore.
Una fotografia custodita in un vecchio libro; un amico, che in una sera dove bottiglie e bicchieri danzano in allegria ti racconta di un progetto, che un bel giorno si è realizzato e che in disparte da tutti ti sussurra nell’orecchio che il vero segreto sta nell’attesa.
Parliamo di Monte Bianco e parliamo di Patagonia. Parliamo di grandi uomini del passato e parliamo di noi stessi.
In breve tempo ci dimentichiamo del notevole dislivello che presenta la prima parte del sentiero, e raggiungiamo la base della grande placconata del Sass del Mezdì. Sopra di noi incombono tre grandi tetti a scala che molti anni fa, lasciarono cadere dolcemente, tante piccole gocce d’acqua che lentamente hanno scavato la roccia. La stessa lentezza che caratterizza lo scorrere del tempo quando durante la settimana si lavora duramente in attesa di un po’ di sole. Spesso qui c’è gente ma quest’oggi a farci compagnia è solo la lucertola che tutta sonnolenta lascia la fessura vicino al vecchio chiodo piantato da chissà chi.
Paolo sale accarezzando la roccia, strofinando gli appigli, sorridendo a questa giornata. Luca ed io lo raggiungiamo ben presto.
Un mondo capovolto ci attende. Le protezioni appaiono ben sicure e questo ci tranquillizza. Lentamente Luca affronta il grande tetto allontanandosi 15 metri da noi. Lo vedo dondolare in un gioco di luci e di ombre. Lo vedo muoversi con la stessa dolcezza con cui una mamma culla un bambino. Il vuoto sembra proteggerci, la roccia abbracciarci.
Un vecchio barattolo del caffè ormai completamente arrugginito conserva una traccia delle poche persone che qui sono passate prima di noi. Con stupore scopro di alcuni amici.
In breve raggiungiamo la sommità e per la prima volta sentiamo la necessità di guardare l’orologio. E’ giunto il momento di ritornare alla base della parete. E’ giunto il momento di riporre tutto negli zaini e tornare al mondo. E’ giunto il momento di riprendere a respirare.

MONTE CIMO-SASS DEL MEZDI
VIA ISTANTES
PAOLO GRISA - LUCA GALBIATI - MATTEO WILL BERTOLOTTI
25 aprile 2012

martedì 28 agosto 2012

LA BEATRICE E LA MARMOLADA

Anni fa sono rimasto catturato dal fatto che sulla Sud della Marmolada ci potesse essere una via di difficoltà contenute. Con Ivan avevamo subito preparato le relazioni per un'imminente ripetizione ma poi l'estate ci portò su altre pareti.
Dopo 2 anni la parete ci cattura nuovamente e questa volta la salita prende piede e si realizza Sabato 18 agosto.
Nelle mie ricerche per la solita relazione da pubblicare su Sassbaloss.com scopro tante cose su Beatrice Tomasson... e le riporto qui. Buona Lettura.

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La storia di questa impresa è cosa assai curiosa e per certi versi bizzarra. Il primo tassello a non combaciare è che questa salita è stata l'unica a non essere divulgata con la relazione dei primi salitori tant'è che la figura di Beatrice Tomasson (che Alessandro Gogna nel suo libro "Dolomiti e Calcari di NordEst" definisce "la Signora di Ferro") è un po' oscura.
La Tomasson nacque nell'estate del 1859 in Inghilterra (sul libretto guida di Bettaga è riportato "from Nottingham") ma all'età di vent'anni si trasferì in Prussia per lavorare come tutrice privata presso la famiglia nobile del generale Von Bulow e successivamente per il generale Von Knoblock.
L'interesse per l'alpinismo arrivò solo verso il 1890 ma fu una passione un po' anomala in quanto la Lady non era solita lasciare traccia su giornali o riviste delle sue salite e non faceva parte dell'Alpine Club di Londra. I genitori non appartenevano alla ricca borghesia e di certo non potevano aiutare la figlia nei lunghi viaggi in Italia. La Tomasson alloggiava sempre nei migliori alberghi e per la salita in Marmolada versò a Bettega 400 corone... vale a dire l'introito di un anno di una guida.
A dare una prima risposta al modo in cui la Tomasson era in grado di procurarsi il denaro fu Bepi Pellegrinon che nel 2001 nel suo libro "Salve... Regina - La Marmolada dei Pionieri" azzarda questa risposta:
"La Tomasson non fece mai cenno della sua attività alpinistica su riviste o giornali dell'epoca; spesso cambiava guida per non dare nell'occhio. E' probabile che facesse parte dei servizi segreti tedeschi di quel tempo, immessavi dai generali prussiani di cui era diventata amica. Una donna inglese, intelligente e libera, era l'ideale per raccogliere tutta una serie di notizie e informazioni su cosa stava maturando nelle vallate dolomitiche percorse allora da un confine importante anche sotto il profilo strategico in vista di un possibile conflitto che sarebbe appunto scoppiato nel 1914. La stessa scalata della Marmolada pare proprio un dovere, una verifica da compiere assolutamente, lungo una frontiera che vedrà poi confrontarsi gli uomini dell'una e dell'altra parte".
Una seconda risposta venne data poco tempo dopo da Hermann Reisach (co-autore del libro di Pellegrinon) in un articolo dell'Alpine Journal:
"At Burntwood Hall she was employed as private secretary with an income of about 150£ a year, compared to the the 450£ her brother earned as Chief Constable of Nottinghamshire. In this way she could pay her guides very generously for the Marmolada venture."
Nel 1900 la Tomasson salì a passo Ombretta con Luigi Rizzi e suo fratello Simone per valutare la possibilità di salire un nuovo itinerario. In quell'occasione Luigi Rizzi salì da solo sino alla prima terrazza per valutare se l'ascensione fosse possibile. Ridiscese arrampicando e propose alla Tomasson la salita per il giorno successivo. Il meteo peggiorò e la salita fu rinviata all'anno successivo siglando l'accordo con una stretta di mano. L'anno successivo Rizzi probabilmente chiese un compenso troppo alto e la "Lady di Ferro" andò a Cortina ad ingaggiare le migliori guide di inizio secolo: Pietro Dimai e Zaccaria Pompanin. Con le guide di Cortina venne effettuato un nuovo tentativo ma la Tomasson non fece parola dell'anno precedente e di Rizzi; forse per evitare di divulgare informazioni preziose. Alcuni strapiombi però obbligarono la cordata al dietro-front.
La Tomasson decise così di rivolgersi a Michele Bettega di Primiero e il 20 giugno del 1901 effettuò una prima ricognizione a passo Ombretta ma le condizioni della parete non erano delle migliori. Il 1 luglio del 1901 iniziò la scalata con Michele Bettega e Bortolo Zagonel ed in circa tre ore la cordata raggiunse la prima grande terrazza. L'ambiente si fece più severo e un'intuizione di Bettega (traversare ed abbassarsi per circa 20 Mt.) risultò essere la chiave della vittoria. La parte finale della salita fu condotta da Zagolen e seppure le difficoltà siano contenute, la cordata rallentò per via di una bufera. Alle 18.00, dopo 12 ore di scalata, i tre raggiunsero la vetta della Marmolada dove brindarono con dello champagne portato in vetta per l'occasione da Agostino Sopperla e Nepomuceno Dal Buos (che salirono lungo il ghiacciaio).

Questo è quanto fu scritto dalla Lady di Ferro sul libretto guida di Bettega:

First ascent of the Marmolata by the South (rock) Wall. The ascent was made (with Bortolo Zagonel as 2nd guide ) directly from Ombretta Pass, slightly to the east of the culmination of the Pass. The first two thirds of the way in my opinion is the most difficult that I had ever met in the Dolomites, requiring more strength, skill, endurance and courage than anything I know.
The remainder of the ascent would have been easier but for a storm of thunder, hail and snow, which made it more difficult and dangerous.
We were 12 hours on the rocks, descending by the Glacier to Fedaia, the last few hours were a test of endurance so we were all wet through on a high and very cold wind.
Bettega led for the first two thirds of the way and excelled even himself in every way, conquering apparently insuperable difficulties with this usual – unfailing - courage and skill.

Beatrice Tomasson

martedì 21 agosto 2012

CLAUDIO BARBIER

L'amico Luca Barcella una sera mi ha regalato il libro "La via del Drago", proprio mentre ricordavamo la grinta e l'energia di un amico che non c'è più. Intento ad ultimare diverse letture ho dovuto posticipare questa avventura letteraria.
Come mio solito sono rimasto impressionato da questa figura straordinaria. Qui di seguito riporto qualche passo che mi ha colpito particolamente.

dal libro di Anna Lauwaert

Arrampicare insieme è come fare l’amore: non si può fingere, non si può nascondere la vera personalità; salta fuori l’essere intimo della persona; senza bisogno di parlare si liberano tutti i sentimenti, tutte le emozioni. Si può capire un individuo dal suo modo di arrampicare come dall’analisi grafologica della sua scrittura, dal suo tema astrale, dal sangue, dall’elettrocardiogramma… Ci si può mostrare come si vuole, ma arrampicando non si nasconde più niente, vengono a galla l’insicurezza e la paura o la tranquillità, l’egoismo o la generosità.
Arrampicare è un problema, insieme fisico e psichico, che bisogna risolvere da soli, ognuno per sé, con la propria mente e il proprio corpo, ma in più condividendo tutto con il compagno di scalata: esattamente come fare l’amore. Tra compagni di cordata nasce un’intimità intensa. L’amore non è necessario, ma sono indispensabili il rispetto, la fiducia, la stima, il capirsi senza dover parlare, il saper intuire, il conoscere le reciproche forze fisiche e soprattutto mentali.

In quelle poche ore ho vissuto un concentrato di esperienza umana: la solitudine, la solitudine fondamentale dell’uomo… La montagna ne è la migliore rivelatrice ed è questo il suo fascino: ci si trova da soli davanti ai problemi da risolvere, nessuno può aiutarti, non c’è altra soluzione che continuare. Non ci si può fermare, chiedere aiuto, piangere, tornare indietro, far fare le cose ad un altro o fuggire. Volenti o nolenti, si deve andare avanti, salire, uscire dalla via con le proprie forze, ognuno per sé, da soli.
In montagna non si può fare finta, non si può barare; così come non può farlo il navigatore solitario che sta solo nella grandiosa solitudine dell’oceano.
Nella vita quotidiana siamo illusi dalla presenza ‘degli altri’; non vogliamo nemmeno riflettere, per non riflettere ci lasciamo ipnotizzare da mille sotterfugi, ma nella realtà siamo terribilmente e irrimediabilmente soli.
Soli quando nasciamo, soli quando dobbiamo affrontare e risolvere le difficoltà della vita, soli quando soffriamo, soli quando capiamo quanto soffriamo, soli infine quando moriamo. Anche se circondati da tante persone.
La montagna insegna a prendere coscienza della propria solitudine, a valutare le proprie forze, a gestire paure e debolezze, a camminare malgrado tutto, perché non c’è altra soluzione.
La montagna è un grande implacabile maestro.

L’esperienza mi ha insegnato che esistono due tipi di persone: quelle che valgono la pena e le altre. Non è una questione di soldi o di posizione sociale, ma di valore personale: ho incontrato ovunque persone meravigliose e altre che erano ignoranti nonostante i diplomi, i titoli e i ‘posti importanti’.
Non sono mai stata molto brava a nascondere i miei sentimenti e col tempo mi è diventato sempre più difficile vivere con i meschini, gli invidiosi, i vanitosi.
Aver vissuto con persone come Claudio Barbier, Benvenuto Laritti, Ceci Polazzon e Almo Giambisi ha alzato il livello dei miei criteri.


domenica 5 agosto 2012

MEGA SGROPPATA OROBICA

Visto il meteo del cazzo che chiama temporali decido di non arrampicare. Ieri traffico un po' a casa con dei lavori arretrati.
Ma stamattina la sveglia suona presto...
Sono le 4.45 e la voglia di uscire dal letto manca... ma l'idea di re
alizzare un progettino mi stuzzica e in breve sono in macchina verso Carona. L'idea è concatenare tre rifugi che sono stati i primi che ho raggiunto quando ho iniziato a frequentare la montagna. A dir la verità c'è anche l'Alpe Corte ma si trova in un'altra valle... e se è vero che non è impossibile aggiungere anche lui alla lista... mi infastidisce l'idea di appoggiarmi a qualcuno per lo spostamento in macchina.
Parto alle 6.27 e in meno di 2 ore raggiungo il Rifugio Laghi Gemelli. Con mio stupore non incontro nessuno. C'è movimento al rifugio per via di una gara. Decido di fare colazione con un bel panino e prosciutto cotto e in un'ora sono al Passo d'Aviasco (dopo aver cazzeggiato un attimo sulla diga del Lago Colombo dove l'accesso è interdetto per lavori di manutenzione... ovviamente ho scavalcato per evitare di aggiungere altro dislivello al giro ambizioso che voglio tentare).
Dal passo scendo verso la Valle dei Frati. Anni fa mi trovavo qui con Luca per il giro delle orobie. Quell'anno anzichè scendere per la valle prendemmo a destra e allungammo il giro facendo il giro dei sette laghi. Il percorso è per me nuovo...
Prima di arrivare alla diga dei frati incontro un signore anziano. Il primo escursionista della giornata che incontro sui sentieri.
In breve mi allaccio al Sentiero Estivo del Rifugio Calvi e finchè non raggiungo la diga di Fregabolgia non incontro nessuno. Alle 11 sono al Calvi e la caviglia mi fa un po' male. Che fare? Mangio una stecca di cioccolato e nonostante abbia con me una cartina faccio qualche chiacchiera con il Rifugista che mi incita a raggiungere il Rifugio Longo dal sentiero basso. Parto allle 11.30. Qui incontro una ragazza con un cagnolino e dal sentiero invaso dalla vegetazione deduco che molta gente evita questo bellisssimo tratto.
L'una è passata da pochi minuti quando scatto la fotografia alla bandiera italiana del rifugio Longo. Il progetto è stato realizzato. In 6 ore e 36 minuti ho percorso 1715 mt. in salita e 855 in discesa. Purtroppo non conosco lo sviluppo...
Mentre mi sto per sedere Giovanni mi saluta. Giovanni è un vecchio corsista. Con lui chiacchiero un po' e dopo aver bevuto una Coca Cola purtroppo non fresca inizio l'interminabile discesa (-760mt) verso Carona. Arrivo ai Pagliari che sono stanco morto.
Non ho scritto questo lungo post per lodarmi dei numeri ma per ricordare a me stesso che l'avventura è spesso fuori dalla porta e che anche una semplice camminata può regalarci una fetta di felicità.


Partenza da Carona

Lago Marcio... e il mio primo pensiero è "Che bello che è vivere!"

Le prime luci

Il pizzo del Becco


I laghi gemelli

Bandiera del Rifugio Laghi Gemelli. Qui decido di far colazione con panino e prosciutto

Rifugio Laghi Gemelli

Il lago Colombo visto dal Passo d'Aviasco


Rifugio Calvi






La bandiera del Rifugio Longo


Pagliari

domenica 29 luglio 2012

SOLO

Mi perdo con lo sguardo all’orizzonte. Non conosco nemmeno il nome del monte che ho di fronte ma “senza chiedere permesso” e soprattutto senza rendermene conto mi isolo su questa piccola vetta da due metri quadrati perdendomi nel mio infinito.

Alla mia destra una vecchia sosta a chiodi con un groviglio di cordini di dubbia tenuta. Alla mia sinistra una nuova sosta a fix. Due epoche a confronto e io seduto nel mezzo a cavalcarle. I miei compagni sono 50 metri sotto di me, alla base della parete. Dovrei raggiungerli quanto prima ma con un po’ di presunzione rubo il loro tempo e me ne approprio.

Abbiamo salito una nuova linea. Nuova per noi quantomeno. Ieri dalla Cavalcata del Tricorno il Pilati ha adocchiato una fessura, un camino, uno spigolo, un’avventura. Oggi, dopo aver risalito il ripido vajo abbiamo giocato con la roccia e la sua intimità.

La via è breve ma tutti noi abbiamo potuto metterci in gioco con un terreno dove le certezze non esistono. Dove un passo ne segue un altro con una tranquillità che insegna a respirare.

Gradi, difficoltà e tutte le altre puttanate ora non m’interessano. Tra qualche giorno scriverò una relazione, Diego farà certamente un disegno. Forse un giorno verrà anche ripetuta ma nessuno potrà mai appropriarsi o comprendere le emozioni che questa giornata ci sta regalando. La salita è stata condivisa. Insieme, tutti e tre, abbiamo arrampicato. Cosa si può chiedere di più?

Chi beve birra con me sa che l’ammirazione che ho verso Ettore Castiglioni è qualcosa di anormale, per certi versi maniacale… e in questo momento non posso che non pensare a lui e all’incidente che lo costrinse a trascorre da solo diverse ore sull’altopiano delle Mesules. Per lui fu una gioia; un dialogo infinito con la montagna. Altri tempi. Altri giorni grandi.

Ora è tardi e devo scendere. Sono contento e nulla in più posso chiedere a questa giornata. I miei amici continuano a sorridere e a scherzare come due fratelli. Insieme ridiamo fino a tarda sera. Insieme, seduti ad un tavolino con la tovaglietta rossa, progettiamo il nostro futuro.


martedì 24 luglio 2012

FRECCIAROSSA 9610

FRECCIAROSSA 9610

Lentamente sui chiodi a pressione della via Cismon ’85 alla Cima Campiglio

Frecciarossa 9610. Ore 6.50. Bang on time direbbero gli inglesi. Il treno viaggia con una precisione assoluta. Il mio occhio cade sul monitor del corridoio dove Trenitalia, con un po’ d’orgoglio, informa silenziosamente i viaggiatori che il convoglio sta viaggiando a 300 Km orari. Stratosferico penso tra me e me. Velocità mai raggiunta prima. Milano-Roma in poche ore; meno di quelle che richiederebbe un viaggio in aereo.

E’ mattina presto e le poche ore di sonno della scorsa notte s’impadroniscono di me con molta facilità. Mentre sto per chiudere anche la seconda palpebra, un sorriso mi si stampa sulle labbra e la mente mi riporta alla domenica precedente e alle ore che ho trascorso immobile attaccato alla parete.

Lo spazio dell’arrampicata: un posto dove l’unica velocità costante è quella della lancetta dell’orologio che segna i secondi. Secondi che diventano minuti. Minuti che diventano ore.

Non so che ora sia e non ho voglia di scoprirlo. So solo che sta piovendo a dirotto da diverso tempo e che Paolo è intento a giocare con la telecamera cercando di registrare emozioni. Io sento freddo alle mani e con forza sempre maggiore… quasi a sperare di aumentare la circolazione del sangue… tengo strette le mezze corde che mi legano ad Ermanno. Ermanno è un tipo forte. Uno che non ha paura del meteo. Uno che non ha paura delle lancette. Una volta ha passato 72 ore immobile attaccato ad una parete che la mia mente ha spesso sognato.

La sveglia è suonata alle 4 e tutta la notte ha piovuto a dirotto. Dopo aver indossato i calzini, sono quasi sicuro che ben presto ritornerò sotto le coperte perché sono certo che né Ermanno né Paolo vorranno salire al Rifugio Brentei con questo meteo.

Mi sbaglio di grosso e ben presto inizia il breve viaggio verso Vallesinella.

Ultimamente gioco con le staffe. Il mondo capovolto mi piace e non so dire il perché. Qui tutto funziona in maniera strana. Non so che cosa effettivamente mi piaccia di questo lavoro di carpenteria. So che ogni salita è una festa. So che ogni volta che infilo il piede nella staffa sono felice. Condividere la felicità di una salita con i miei compagni di cordata è tutto quello che chiedo alla montagna. Con Paolo e Luca abbiamo recentemente ripetuto la via Istantes al Monte Cimo. Le protezioni sono buone ma nonostante tutto il libro di via vanta poche firme quasi a testimoniare l’assoluto disinteresse verso questa disciplina. Il giorno dopo la ripetizione Ermanno al telefono mi rimprovera di non averlo invitato e così è lui a lanciare il dado per il weekend successivo.

La via che stiamo salendo è impegnativa. I chiodi a pressione sono artigianali e costruiti dall’apritore durante gli anni di servizio nell’aereonautica. Umberto Marampon impiegò ben 4 giorni per salire e chiodare, rigorosamente a mano, queste cinque lunghezze di corda. Cinque lunghezze che fanno passare la voglia di ripetere Vertigine al Monte Brento. Cinque lunghezze per ricordarci che il tempo scorre sempre uguale e che l’uomo deve viverlo al meglio. Cinque lunghezze che sfidano il vuoto per ricordarci che l’alpinismo ha diverse facce e che ognuno di noi sceglie quella che preferisce. Cinque lunghezze impegnative che ci insegnano che in montagna, come nella vita, tutte le difficoltà vanno affrontate con decisione.

Il silenzio che circonda la valle viene rotto dall’urlo gioioso del mio compagno che finalmente ha raggiunto la sosta. Mollo le corde e con velocità ne facilito il recupero ad Ermanno. Paolo sale davanti a me e in breve siamo sotto il grande tetto di nove metri. I chiodi sono distanti e qui inizia la nostra acrobazia. Lentamente, a volte dondolando, a volte mettendoci orizzontali e paralleli alla parete progrediamo. Nella mia mente non c’è nulla. Non un pensiero, non una preoccupazione. C’è solo il mio animo felice. Raggiungo la fine del tetto e un sospiro esce dalla mia bocca. Sotto di me non c’è nulla. Il vuoto totale. Le nebbie che per ore ci hanno protetto lentamente si alzano. La pioggia smette di cadere e il rifugio Brentei che ancora custodisce l’anima del grande Bruno Detassis ci saluta. La valle è completamente deserta e solo un paio di escursionisti armati di mantella rossa ci notano e ci guardano incuriositi. Ora la parete strapiomba ancora ma il tratto più impegnativo è superato. Le due lunghezze che ci separano dal sentiero delle bocchette ci richiedono ancora parecchio tempo, ma non ha importanza. Il Crozzon di Brenta fa il suo ingresso e sorride al pensiero che esista ancora qualche pazzo interessato a correr dietro ad una fila di chiodi. Noi lo salutiamo con un inchino.

Scendiamo a Vallesinella abbastanza in fretta. Una tappa al Rifugio Casinei per porre fine a una sete tremenda.

Lasciamo Ermanno alla sua piccola casa sperduta nel bosco di Massimeno e salutiamo i caprioli e le caprette che quotidianamente si prendono cura di lui. Il viaggio verso Bergamo prosegue lentamente e senza intoppi. Domani sarà un altro giorno. Domani sarà un’altra avventura.

sabato 21 luglio 2012

DI CHI FU LA PRIMA TRAVERSATA SCIALPINISTICA DELLE ALPI

Venerdì un amico, conscio della mia piccola biblioteca, mi chiede di far luce su chi effettivamente ha effettuato la prima traversate in sci delle Alpi. Bruno Detassis o Walter Bonatti?

RESOCONTO BRUNO DETASSIS:

La sera del 19 maggio 1956 Bruno e Catullo Detassis, Alberto Righini, Fortunato Donini e Giulio Dellagiacoma piantarono le tende al Col di Nava, sul confine tra Piemonte e Liguria, scesero in auto sulla spiaggi di Alassio e fecero un bagno in mare. Avevano appena portato a termine un formidabile raid bianco di 1700 chilometri attraverso la catena alpina, superano 136.000 metri di dislivello e realizzando, insieme ad un secondo gruppo che comprendeva Walter Bonatti, Luigi Demettis, Alfredo Guy e Lorenzo Longo la traversata scialpinistica delle Alpi.
[…]
L’idea di una travesata integrale delle alpi sulla scia di Hautes Routes di Marcel Kurz e di Sepp Brunhuber, maturò però a Campiglio solo nel 1955. Il progetto iniziale fu elaborato in quell’anno dal milanese alberto righini, che ne fece subito partecipi Catullo, Bruno e Walter Bonatti, reduce dal K2, che in quel periodo si trovava a Campiglio, ospite di Bruno, per prepararsi agli esami da maestro di sci. La traversata secondo gli accordi, avrebbe dovuto svolgersi nell’inverno successivo con finalità puramente sportive. Si chiese quindi aiuto al cai di monza che, inizialmente interessato, scelse però di ritirarsi dall’organizzazione. In quel momento d’incertezza, righini confermò a Bonatti l’intenzione di effettuare il raid e insistette sulla necessità di collaborazione reciproca. Per tutta risposta il 22 febbraio del 56, con una lettera all’amico righini, Bonatti ruppe di sua iniziativa gli accordi verbali intercorsi sino ad allora e annunciò che egli da quel momento sarebbe stato libero di agire come avrebbe meglio ritenuto. Pochi giorni dopo, walter bonatti annunciò alla stampa che avrebbe tentato la traversata della catena alpina con il patrocinio dello sci club di bardonecchia.
[…]
La sera del 10 marzo una telefonata da tarvisio informò i quotidiani milanesi dell’arrivo di Bonatti. Ma all’ufficio di frontiera i giornalisti poterono solo appurare che “si erano presentati tre alpinisti che dovevano sconfinare in qualche punto in territorio austriaco e poi in quello svizzero”. Il giorno dopo tutto fu chiarito. Al posto di Bonatti e compagni, erano giunti in sordina Alberto Righini, Catullo e Bruno Detassis. Silenziosamente avevano calzato gli sci, avviandosi in direzione del Passo di Pramollo. Il raid bianco era iniziato così senza l’annunciato clamore pubblicitario, ma la tenzone ingaggiata dal terzatto detassis-righini aveva dato nuovo fiato alla stampa, che aveva subito annusato odor di polemica. Qualche titolo dei giornali di allora ce lo conferma: “La solenne cerchia alpina non ama troppo la pubblicità” (la voce dello sport), “Di chi è la prima idea del raid bianco sulle alpi” (corriere d’informazione) e così via.
Saputo della partenza bruciante dei tre, Bonatti non perse tempo. Insieme a Dematteis, Longo e Guy, il grande scalatore partì da tarvisio alle ore 4.30 del 16 marzo diretto a ovest.
[…]
Iniziò così una entusiasmante contesa sportiva sui monti, come la definì subito u quotidiano. Bruno, Catullo e Alberto Righini davanti, Bonatti e gli altri inseguitori dietro, con sei giorni di svantaggio. Il terzetto di Bruno era seguito da Giulio Dallagiacoma e Fortunato Donini, che avrebbe assicurato i rifornimenti lungo la via risalendo le valli con l’automobile.
[…]
L’inseguimento ebbe termine al rifugio Maria Luisa in val Formazza, dove la pattuglia Detassis aveva dovuto fermarsi per maltempo. All’interno del rifugio, i due gruppi firmarono un accordo per completare congiuntamente la traversata, dal colle del teodulo al col di nava, pur mantenendo l’indipendenza organizzativa. Le due comitive macinarono così molti altri chilometri
[…]
Il 18 maggio fu una giornata memorabile per tutti. Nel tardo pomeriggio, Bruno, sganciò per l’ultima volta gli scarponi dagli sci. Era giunto sui prati verdi del Col di Nava a 930 metri di quota. Il giorno dopo, all’Alpe Monesi, i sette uomini furono festeggiati dai dirigenti del Cai e della Fisi.
[…]
Dopo la firma dell’accordo fra i due gruppi, anche la polemica sui giornali si sgonfiò. Ma Bonatti, nel suo resoconto dell’impresa, non fece cenno né della vicenda né di Bruno, Catullo e Alberto Righini.

RESOCONTO WALTER BONATTI:

[…]
L’idea di compiere la prima traversata sci-alpinistica delle alpi (riconosciuta ufficialmente tale dalla fisi), non nacque in modo tanto differente da qualsiasi altra di ogni giorno: per caso, nell’agosto del 1955, scambiando quattro chiacchiere di montagna con un occasionale conoscente, un certo Federico Rossi che purtroppo abbandonerà la partita ancora all’inizio della fase organizzativa.
[…]
Il grande itinerario, fatto studiare appositamente dal dottor silvio saglio del touring club italiao e quindi tracciato di massima dallo stesso, non doveva aver affatto la pretesa di creare vie nuove, bensì quella di percorrere i più classici itinerari sci-alpinistici già esistenti, collegandoli tra loro in un unico tracciato che nella realtà doveva rivelarsi di quasi duemila chilometri di lunghezza.
[…]
La partenza fu così stabilita per il 14 marzo dello stesso anno 1956: dal Monte Canin, ultima porzione di alpi giulie italiane, al Colle di Nava nelle alpi marittime.
[…]
E finalmente il 18 maggio, il Colle di Nava ormai fiorito dalla profumata primavera. Con veloci e capricciose emozioni, i nostri sci guizzano per l’ultima volta sulle belle nevi di Monesi, ormai in vista del mar ligure, e l’orma di ogni curva sembra voler significare un’ideale parentesi che chiude dietro di se la grande avventura. La traversata sci-alpinistica delle alpi è terminata, il mio fantastico polo è raggiunto.
Nel futuro indubbiamente si potranno fare infinite modifiche nei dettagli per rendere questa traversata più o meno ardita o sicura; rimane però la realtà affascinante dell’impresa, coerente in tutte le sue finalità. A noi la soddisfazione di averla compiuta per primi, agli altri la certezza di poterla ripetere. Difficilmente potranno trovare condizioni peggiori.